Si fa per dire

Photo by Annie Spratt on Unsplash

Easy!

Per affermare che una determinata cosa è molto semplice, gli americani spesso esclamano: It’s a piece of cake!”, che letteralmente sarebbe “È una fetta di torta”, ossia il nostro “È un gioco da ragazzi”.
Evidentemente, per loro, mangiare un pezzo di torta è facile come lo è per noi “bere un bicchier d’acqua”.

Homer Simpson va all’inferno.

Condivisibile, in linea di principio.
Ma forse non avete mai assaggiato una torta di compleanno americana, di quelle che al primo boccone vi rimane un calco incastonato sotto al palato e la glicemia vi arriva a 100 punti da 0 a 10 secondi.
Io, ormai, appena mi si avvicina la mamma del festeggiato col piatto pieno di torta, approfitto della confusione e ringrazio con un sorriso, dicendo che la mia fetta, deliziosa, l’ho già mangiata tutta e alzo al cielo il mio bicchiere, per far vedere che brindo al festeggiato tutto soddisfatto!
E poi bevo tutto d’un fiato, un bicchiere contenente acqua.
Finora ha sempre funzionato, è facile, it’s a piece of
Ah no.

Good luck!

Se un caro amico americano, prima di recarvi ad un colloquio di lavoro, vi urla: Break your leg!”, non affrontatelo a muso duro, per cercare di spaccarglielo.
Vi sta solo augurando un in bocca al lupo, solo un po’ più spettacolare e truculento, come piace a loro, del resto.

Peace and love

Per lo stesso motivo, il nostro “Ambasciator non porta pena”, che sembra quasi richiamare l’alto lirismo del Dolce Stilnovo, per loro è diventato “Don’t kill the messenger”, più vicino ai gusti degli inventori del genere pulp.

No shoes, no party

Per provare a immedesimarci in qualcun altro, noi siamo soliti “metterci nei panni altrui”, mentre agli americani è sufficiente “to be in someone’s shoes”.
In effetti, basterebbero le scarpe.
Infatti, per coerenza, loro dicono anche “It’s another pair of shoes”, quando noi diciamo invece che “è un altro paio di maniche”, per non mescolare due situazioni che sono come… il diavolo e l’acqua santa.
Feticismo per le scarpe? Forse, ma noi di contro dimostriamo di essere intrisi di cultura religiosa, dato che, alterniamo l’uso de “il diavolo e l’acqua santa” con l’equivalente “non mischiamo il sacro con il profano”.

L’Arca di Babele

Buffo: l’italiano “Siamo tutti sulla stessa barca” è identico all’inglese “We are all on the same boat”.
L’ho sentito ripetere spesso durante la pandemia del Coronavirus e il lockdown del 2020.
Chissà in quante altre lingue del mondo esiste?
E se fosse universale?
Non basterebbe un transatlantico.

Scommettiamo?

Invece, riguardo all’espressione It’s a win-win, non riesco a trovare un corrispettivo italiano.
Viene usata per descrivere quelle situazioni future, il cui esito si prevede sarà sicuramente positivo per ciascuna delle parti in causa.
Una scommessa vinta in partenza, insomma, dove a guadagnarci saranno tutti i partecipanti alla sfida.
Della serie: “comunque vada, sarà un successo!”

All you need is love

L’affermazione romantica “I love you to the moon and back!”, pronunciatela solo se siete sicuri di trovarvi davanti a una persona davvero speciale.
Potrebbe essere la moglie, il marito, il fidanzato, la fidanzata, i vostri figli o i vostri genitori.
Oddio, se siete degli inguaribili seduttori, va bene anche l’amante, liberissimi di farlo, ma sappiate che significa qualcosa come: “Ti amo più di ogni altra cosa!”, quindi dopo saranno tutti cavoli vostri, cari rubacuori da strapazzo.

E=mc2?

Da tempo, si è diffusa anche in Italia la formula “H24”, per indicare quelle attività che non chiudono mai durante l’arco della giornata.
Ma non credo che sia ancora arrivata questa, che invece ormai spopola in USA: “24/7”, o “twentyfour-seven”, che, oltre al concetto precedente, include il fatto che quelle attività sono continuative anche durante l’intera settimana, sette giorni su sette.
Se in futuro cominceremo a considerare anche le unità mese e anno, a parte che finiremo dritti alla neuro, ma temo dovremo iniziare anche a parlare usando le parentesi quadre e graffe, per poter esprimere altrettanto sinteticamente concetti del tipo che lavoriamoh24-7giornisu7-12mesiall’anno-tranneibisestili=52settimane-e porto30giorni-di28cenèuno.

I consigli dello zio Tom

Con “If life gives you lemons, make lemonade”, gli americani ci suggeriscono di cercare di trasformare in meglio quello che abbiamo a disposizione in quel dato momento della nostra vita. Un invito a vedere il lato positivo delle cose e a essere pratici, senza perderci troppo nell’autocommiserazione.
Potrei dire che questo sia uno dei proverbi americani che meglio incarnano lo spirito del popolo statunitense.
Di una ovvietà disarmante, ma sempre utile da tenere a mente. Di solito, ce ne dimentichiamo proprio quando ne abbiamo maggiormente bisogno.
Quasi quasi lo annoto su un post-it e me lo attacco sul cruscotto dell’auto.

Alla Fiera dell’Est, per due soldi…

Se, a conclusione di una lunga spiegazione tecnica, che potrebbe avervi confuso le idee ancora più di prima, il vostro interlocutore conclude con: “And now, my two cents”, non vi sta offrendo veramente dei soldi.
Intende solo darvi la sua umile opinione, o un piccolo consiglio, in merito a quanto spiegato prima, per aiutarvi a prendere una decisione più sensata possibile.

Siciliano, sono.

E ora, il colpo di scena finale.
Ho trasecolato, il giorno in cui il mio capo mi si è rivolto con il seguente proverbio: “Better to be safe, than say sorry”.
È un motto che invita alla prudenza, come spiega anche Oxford Languages di Google: “it’s wiser to be cautious than to be hasty or rash and so do something you may later regret”.
Cioè, è più saggio adottare cautela che essere avventati e fare qualcosa di cui ti potresti poi pentire.
Beh, mio nonno e mio padre, siciliani veraci, non hanno fatto altro che ripetermi in dialetto questo vecchio saggio: “Megghiu diri «chi sàcciu», chi diri «chi sapìa»”.
Non notate qualche sottile somiglianza?
Traduzione letterale in italiano: “Meglio dire «che ne so», che dire «che ne sapevo»”. Ma in italiano non l’ho mai sentito dire da nessuno, né ho trovato una corrispondenza con qualche altro proverbio nazionale.
Mi viene in mente solo il famoso: “Meglio prevenire che curare”. Hmmm.
Comunque, ora sapete chi devo ringraziare per tutte le mie nevrosi e perché, quando devo poggiare il piede su una mattonella nuova, prima convoco sempre un’impresa edilizia per testarne la stabilità.

Aiuto, help me, S.O.S.

Prima dei saluti, son qui a chiedervi un aiuto, o consulenza, o consiglio.
Da quando vivo qui, non sono ancora riuscito a tradurre l’epressione italiana “fare una figuraccia”, o “che brutta figura!”
Ho provato anche a chiedere ai locali, ma non capiscono cosa intenda dire. Non sanno come aiutarmi e non trovano un modo corrispondente per descrivere una situazione come quelle che noi definiamo come “brutta figura”, nonostante abbia loro descritto diverse circostanze, anche realmente accadute a personaggi famosi americani. Sembra proprio non capiscano cosa intendo, come se per loro non esistesse affatto una situazione da “figuraccia”.
Che c’è?
No, perché vedo già qualcuno ridere sotto i baffi, immaginandomi fare brutte figure quotidiane, qui.
In realtà, chiedevo solo per un amico.

E voi?
Conoscete altri modi di dire in American English?
O ritenete che vi sia qualche inesattezza in quelli che ho riportato io?

Provate a correggermi nei commenti qui sotto e cercherò di insult… rispondere a tutti.
Vabbè, proprio tutti tutti, magari no… si fa per dire!

(P.P.)

6 pensieri su “Si fa per dire

  1. Per “fare una figuraccia” potresti dire, a seconda della situazione:
    – to make a laughingstock / a fool of oneself
    – to put one’s foot in one’s mouth
    – to show oneself up
    – to make oneself look stupid
    – to make a bad impression

    In spagnolo si dice “hacer un papelón” ma non riesco a trovare una spiegazione dell’origine di questa espressione. Immagino derivi da “papel” nell’accezione di copione (di cinema, teatro ecc.) e quindi sia affine alla nostra figura nel senso di “apparizione” in un contesto (situazione, spettacolo, film).

    Adesso però mi viene il dubbio su come si dica fare una bella figura, a parte “to make a good impression” che è un po’ piatta…

    L’espressione che tu scrivi “Better to be safe, than say sorry” non l’ho mai sentita con il verbo say, ma semplicemente “better (to be) safe than sorry”. E “break your leg” la conoscevo come “break a leg”.

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  2. È vero, non ho mai sentito “fare una brutta figura” ma nemmeno una bella, per rispondere a Isa. To shine potrebbe essere fare bella figura?
    Forse semplicemente alcuni detti non hanno un corrispettivo. Tipo quando dicono Somebody is feeling a little under the weather, che per noi è semplicemente Non sentirsi bene (not feeling well).

    P.S. Cercando ho trovato che To put a foot in it – or To put a foot in my mouth è tipo fare una brutta figura: l’esempio che riporta è quando dici a qualcuna che è incinta mentre non lo è, sottintendendo che è un po ‘ ingrassata. I put my foot in my mouth. Ma non l’ho mai sentita!

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  3. Pingback: Gli americani lo dicono così – USA Coast to Coast

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