Noi, mocciosi duri

Uno dei motivi per cui, a suo tempo, io e la Vivi decidemmo di iscrivere le piccole pesti ai Boy Scouts della Florida, fu anche per cominciare a ritagliarci un po’ di tempo libero per noi due.
Adoriamo le nostre due mostriciattole e proprio per questo siamo consapevoli che un giorno dovremo ahimè separarcene, quindi vorremmo abituarci in modo graduale al Grande Momento.
Anche perché qui viviamo totalmente senza il sostegno di figure parentali alternative, quali nonni, zie e zii, per cui temiamo che l’abitudine a stare (bene) sempre tutti e quattro insieme, alla lunga, rischierà di diventare un boomerang che ci si conficcherà dritto dritto nel… cuore.

Senonché, questo boomerang alla fine è andato a conficcarsi da un’altra parte, quando abbiamo scoperto che, da diversi anni ormai, l’organizzazione scoutistica americana ha cambiato le regole interne e stabilito l’obbligo di presenza di un adulto per ciascun bambino partecipante.

Ecco perché, a fine ottobre, ci siamo ritrovati tutti e quattro indissolubilmente insieme, al nostro secondo campo scout, della durata di un weekend: giunti il venerdì pomeriggio, abbiamo montato la nostra tenda in un immenso parco naturale dalle parti di Punta Gorda.

Appena svegliati sabato mattina, il corposo programma del campo prevedeva che il nostro gruppo scout si recasse presso la climbing station, come prima attività.
Una torre dotata di diverse pareti di arrampicata, per tutti i gusti.

Ci siamo diligentemente messi in fila ad aspettare il turno delle nostre bambine, quando a un tratto Corinne ha alzato lo sguardo e, fissandoci dritto negli occhi ancora assonnati, ci ha detto in tono perentorio:

“Papà, mamma, io voglio fare il muro ˈnʌmbɚ faɪv”.

Io, da quando eravamo giunti sul posto, ero rimasto impalato a fissare l’altezza da capogiro di quella torre, osservandone la vetta col naso in su e cercando di calcolarne a spanne la (dis)misura.
Sapevo a malapena il mio nome e che mi trovavo ad un campo scout americano con gli altri tre membri della mia famiglia italiana.
Ho chiuso la bocca divaricata da dieci minuti e deglutito.

“Muro… nàmber fàiv?” Ho ripetuto io in inglese maccheronico. “E cosa sarebbe?”

Più reattiva di HAL 9000, il supercomputer di bordo dell’astronave Discovery nel film “2001: Odissea nello spazio”, Corinne, da quando era arrivata sul posto, in quei dieci minuti aveva già studiato lo scenario nei minimi dettagli e preso una decisione definitiva.
Una decisione molto discutibile, dal mio punto di vista, dopo aver scoperto che il “muro namba fàiv” era la parete da scalare di livello 5, cioè quella con il massimo di difficoltà.
Così, passandole la mano sotto il mento, le ho proposto:

“Tesoro, facciamo come tutti gli altri bambini, che cominci dal numero 1. Poi, se riesci, provi gradualmente a salire di livello, fino al numero 5, ok?”

Il mio tono accomodante, chiaramente contraffatto alle orecchie di qualsiasi commediante navigato, sottintendeva: “Si fa come dico io, cara pupetta!”
Ma questo rimanga tra noi.

Intanto, osservavo intenerito i primi mocciosetti che si erano avventurati convinti sulla parete “nàmber uàn” e, quasi subito dopo pochi appigli, avevano chiesto all’istruttore che teneva la loro imbracatura di voler scendere.
Allora, giunto il suo turno, un po’ per scherzo e un po’ per stimolarla, ho voluto sfidarla e le ho lanciato la battuta:

“Dai Cory, se raggiungi la cima ti do 50 dollari!”

Al centro, una scimmietta in blu jeans si accinge a scalare il muro “namber uàn”.

Ha iniziato a salire sotto il mio sguardo scettico e divertito allo stesso tempo. E sotto lo sguardo di tutti gli altri scout e famiglie.

Ho cominciato con le tipiche frasi di circostanza paterne:

“Oh Cory, se sei stanca, o hai paura, chiedi all’istruttore di farti scendere!”

Giunta a metà della torre, il mio tono canzonatorio si è smorzato: la peste stava salendo come un geco, forse ignara di dove si trovasse.

Allora, sono passato a incitamenti più sostenuti, ma sempre misurati:

“Dai Cory, forza, che stai andando bene!”

Poi l’ho vista lassù, minuscola e ostinata come una formichina, dimenarsi come una furia a circa 12 metri da terra, per arpionare l’ultimo attacco che pareva inafferrabile, a pochi passi dal traguardo finale: ho perso ogni contegno e preso a urlare in un crescendo delirante, come nella telecronaca da infarto di Galeazzi, durante la finale di canoa Rossi e Bonomi, oro alle Olimpiadi di Sidney 2000.

Quando è scesa, è stata accolta da un applauso collettivo, che l’ha un po’ frastornata.

Io avrei voluto mettermi a correre per il parco, avvolto nel tricolore svolazzante, come Tamberi, urlando a squarciagola “SHE’S MY DAUGHTER, SHE’S MY DAUGHTER!”, ma non pensate anche voi che avrei oltrepassato la misura?
Così mi sono limitato a correrle incontro per farle i complimenti:

“Brava Corinne, non hai avuto paura!”

“Papà, certo che avevo paura, ogni volta che guardavo sotto. Però continuavo a ripetermi «forza Corinne, non avere paura!»”

“Beh, allora sei stata davvero brava e coraggiosa!”

“Papà?”

“Dimmi.”

“Quando me li darai i 50 dollari?”

Photo by simpsonswiki.com

Non riusciremo a liberarci tanto presto delle piccole pesti, ma in compenso, ogni volta che rientriamo a casa da un campo scout, torniamo con la sensazione unica di aver vissuto assieme un lungo sogno avventuroso, che ci ha resi più uniti e più ricchi.
A parte il mio portafogli.

(P.P.)

Se vi è piaciuto questo post sulla nostra esperienza con i Boy Scouts americani, potrebbero anche interessarvi: “Bandiera rotta, onor di capitano?” e “Bye bye, bandiera addio”.

Se invece siete curiosi di ascoltare la vibrante telecronaca di Galeazzi:

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