Papà italiani vs American daddies: mi avvalgo della facoltà di non rispondere

Sono padre di due bambine perfettamente bilingui, che vivono immerse nella cultura americana, a quasi 360 gradi e per circa 11 mesi all’anno.
Finora, hanno vissuto così la quasi totalità della loro vita, dato che risiedono in USA da ormai 5 anni e vi sono giunte quando ne avevano rispettivamente 3 e 1.
Proprio ora, mentre sto scrivendo, le sento giocare di là: stanno allegramente cinguettando fitto fitto in American English, con una pronuncia talmente impeccabile che, se non la smettono subito, mi vedrò costretto a fare irruzione in camera loro e metterle in castigo.
Così, solo per invidia.
Eppure, in qualunque lingua voi proviate a chiederglielo, loro vi risponderanno senza esitazione – per giunta con una leggera inflessione torinese – che sono italiane.

Evidentemente, almeno per ora, lo stile di vita e il modello educativo italico, impartito in famiglia alle due piccole pesti, risulta preponderante rispetto a quello anglosassone, assorbito fuori dalle mura di casa.
Non mi sono mai posto il problema su questo aspetto della nostra vita da expat, prima d’ora.
Penso che i due modelli si possano integrare, in parte in modo del tutto naturale, in parte usando un pizzico di buon senso.
Mi aspetto che il risultato sia un ibrido che tenga conto dei punti di forza di entrambi.
La mia sfida come padre – ardua, ma stimolante – sarà dunque quella di riuscire a individuare questi punti di forza e convogliarli in un bel fagotto che sia il più completo possibile, farcito di strumenti alternativi ed efficaci, che permettano alle mie figlie di:

1) tuffarsi in un mondo là fuori, dove oramai succede di tutto;

2) riuscire a nuotare in una realtà che diventa ogni giorno più complessa e poliedrica;

3) e poi speriamo che se la cavano.

Del resto, possiamo definire uno dei due modelli migliore dell’altro? E quali sono le differenze più in contrasto tra i due?

Nonostante cinque anni trascorsi negli Stati Uniti, non riesco ancora a rispondere bene a queste domande, perché – sembrerà strano – ma conosco ancora troppo poco i papà americani: onestamente, finora ne ho frequentati ben pochi.
Non si tratta di una specie in via di estinzione, per carità. Esistono, sono tanti e, a osservarli così per strada, sembrano anche essere molto affettuosi con i loro figli.

Ma le occasioni per poterli vedere interagire con la prole sono rarissime: pochi di loro riescono a partecipare per esempio alle feste di compleanno degli amichetti dei loro figli, occasioni dove in genere si incontrano prevalentemente le mamme, perché i papà di solito lavorano, spesso proprio nei weekend.

Inoltre, i pochi American dads con cui mi sono ritrovato a conversare hanno provato a coinvolgermi con argomenti come il football americano, o il baseball e altre amenità tipiche della cultura dell’americano medio.
Profonde ragioni culturali mi rendono totalmente impermeabile a questi argomenti, impedendomi di provare a colmare le mie lacune: anche volendo, non mi basterebbe un’altra vita per imparare le regole e la terminologia di uno sport come il football americano e appassionarmene.
Intendiamoci: a parti invertite, anche io, in presenza di altri papà italiani, mi metterei a parlare di calcio e altre amenità tipiche della cultura dell’italiano medio, facendo sentire l’ospite statunitense un alieno.
Infatti, non gliene faccio loro una colpa.

Il mio carattere riservato, da questo punto di vista molto simile al loro, non aiuta poi affatto.

Credo infine ci sia anche un ostacolo legato all’età anagrafica, che incide profondamente: in generale, qui si tende a fare figli a un’età decisamente più giovane rispetto all’Italia. In media, sono circa 10 anni in anticipo rispetto a noi.
Gli americani che frequento io sono tutti più o meno miei coetanei e perciò sono padri di figli ormai già grandi e quasi indipendenti, che pertanto non ho modo di vedere interagire con i loro papà.
Invece, i padri dei compagni di giochi delle mie figlie sono generalmente molto più giovani di me e questo forse fa sì che il campo di argomenti in comune da poter condividere si restringa ulteriormente.

Dicono che i genitori italiani siano molto più affettuosi e amorevoli degli emuli americani. Questo però li porterebbe ad essere anche particolarmente possessivi e apprensivi, così da creare una prole mammista, bambocciona e poco propensa a cercare la propria indipendenza.
Dicono anche che i genitori americani siano più pratici e focalizzati verso l’unico obiettivo di permettere ai figli di lasciare il nido quanto prima possibile. Questo però porterebbe il genitore americano a sembrare una persona anaffettiva, molto fredda e distaccata nei confronti dei loro pargoli, che crescono così poco abituati a esternare le proprie emozioni e i propri sentimenti.

Lascio agli esperti l’ardua sentenza, psicologi, educatori e insegnanti, su quale dei due sia il modello genitoriale migliore. Io sono solo un papà italiano, che pensa che l’importante, in fondo, è che ognuno faccia bene la sua parte.
Io farò la mia.
E la giocherò meglio che posso.

Voglio però lasciarvi con questo divertente spezzone di un film – americanissimo! – che, nonostante compia 30 anni tondi proprio quest’anno, trovo rimanga sempre molto attuale e universale, riguardo ai sentimenti che tutti noi papà ci troviamo a provare, e alle emozioni contrastanti che nutriamo nei confronti delle nostre amate creature, indipendentemente dalla nostra cultura di appartenenza.
Così, per sorridere e riflettere un po’ allo stesso tempo… della serie: tutto il mondo è paese!

(P.P.)

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