Una vera Bufala

Tempo fa avevo scritto un post sul blog USA Coast to Coast sul curioso rapporto che mi lega a Nicola, un amico napoletano con cui lavoro.

Vi ricordate di lui?

Ne accenno anche qui sul mio blog, nel post “Il misterioso caso dei due parabrezza regalati…

A volte, succede che Nicola venga da me tutto trionfante e mi annunci di essere riuscito a convincere un cliente americano ad ordinargli una mozzarella di Bufala, invece della solita insalata caprese.

Io, che lo conosco bene, chiaramente vedo nella sua soddisfazione il fatto che stia ottenendo un piccolo aumento dei suoi margini di guadagno su quel tavolo, dato che la Bufala costa molto più di una caprese. Ma riesco anche a leggerci l’orgoglio di chi sta cercando con tutte le proprie energie di diffondere e far conoscere al pubblico americano, mediamente diffidente sulla maggior parte delle “novità gastronomiche”, un prodotto italiano ancora poco conosciuto, sicuramente più pregiato, ma soprattutto campano, regione dalla quale proviene. Inoltre, un prodotto di cui lui e tutta la sua famiglia sono particolarmente golosi, perciò qui in Florida soffrono quotidianamente la difficoltà nel reperire un cibo del genere a prezzi accessibili: la Mozzarella di Bufala campana, da queste parti, è una rarità e, quando la si riesce a trovare, il suo prezzo è spesso proibitivo.

Nicola convive con il mito della mozzarella di Bufala da circa dodici anni, quando, a otto anni, si trasferì deinitivamente in Florida con la famiglia, senza più fare ritorno in Italia.

Quanta tenerezza, dunque, quando lo vedo rientrare nelle cucine tutto rabbuiato e sconsolato, con in mano il piatto di Bufala quasi intonso, appena assaggiato dal(la) cliente di turno.

“Cos’è, non le è piaciuta?” Gli domando.

“Ha detto di sì, ma che non ce la fa a mangiarla tutta.”

Osservo il piatto: la cliente ha mangiato tutti gli ingredienti di contorno: prosciutto, verdurine, olivette, carciofini, spazzolando tutto, e ha lasciato solo la mozzarella, appena mordicchiata.

Vedendomi perplesso, Nicola insiste con le spiegazioni:

“Piè, l’ho quasi supplicata: «Madam, please, could I make a to go box for you?», ma è stata irremovibile e non ha quasi gradito le mie insistenze.”

Gli leggo negli occhi tutto il suo dispiacere – in tutta onestà anche mio! – mentre quella sfera bianca, lucida e compatta rotola lentamente e inesorabilmente nel secchio della spazzatura.

Allora, mi racconta sempre che, a parte sporadiche e fortuite occasioni, lui riesce ad assaggiare la Bufala campana DOP solo quando qualche parente dall’Italia gliela spedisce in un pacco, e questo pacco riesce a sua volta a superare avventurosamente tutti i controlli e le barriere doganali.
A quel punto, Nicola allestisce, così su due piedi e davanti ai miei occhi incantati e divertiti, un piccolo siparietto in perfetto stile commedia napoletana, come la scena di Totò e gli spaghetti, in “Miseria e nobiltà”. Il momento è solenne e mi sembra di percepirlo in tutta la sua sacralità, quando me lo descrive col suo tipico modo colorito: “Uà Piè: seduti tutti attorno al tavolo, io, i miei genitori e i miei due fratelli, prima di aprire la confezione della vera Bufala, in religioso silenzio!”

E allora me li immagino proprio, mentre mentalmente esprimono tutta la loro gratitudine per quel piccolo, immenso, tesoretto.
Una giornata americana come tante, che però loro ricorderanno fino al prossimo pacco del carissimo… “zio Ciro”, ovvero lo zio Sam d’Italia.

P.P.

 

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