Notte noir americana – PRIMO TEMPO

All’epoca dei fatti che mi accingo a raccontare, l’uragano Irma aveva aggredito da poco Bonita Springs, risucchiandosi la robusta staccionata in legno, che divideva la nostra proprietà da quella dei miei vicini di casa e che provvedeva parzialmente ad attutire voci e schiamazzi.
Per cui, ogni volta che sentivo parlare la signora dal suo lanai, avevo quasi l’impressione che si trovasse nel mio giardino, sotto la finestra della mia camera da letto.
Una pensionata molto tranquilla e riservata, che vive col marito, la vicina.

Quel giorno, tornato a casa da lavoro, entrai in camera per cambiarmi, mentre appunto la signora stava parlando al telefono nel suo lanai.

Lì per lì, nulla di strano, non era la prima volta che accadeva, alle 5 del pomeriggio.

Nelle ore successive, però, mi capitò di passare dalla mia camera diverse volte e sentirla sempre lì, al telefono.

Parlava con voce cantilenante, pacata, senza mai alzare i toni, ma senza nemmeno mai fare pause: sembrava quasi che aldilà della cornetta non ci fosse nessuno, o perlomeno che l’interlocutore fosse in ascolto paziente e passivo da qualche ora.

La cosa iniziò a incuriosirmi.

Dopo cena, stava ancora chiacchierando. Non saprei spiegare come, ma, gradualmente mi fu chiaro che si trattava ancora della stessa telefonata, mai interrotta.

La cosa iniziò a stupirmi.

Pensavo alla persona dall’altra parte, con le orecchie ormai bollite e senza mai spazi di tempo per rispondere e riposare i timpani: davvero, non si avvertivano pause, nella conversazione della signora.

Io e la Vivi mettemmo a letto le bambine e rassettammo la cucina. Fuori ormai era buio.
Un sottofondo di grilli friniva, in accompagnamento alla litanìa della signora.

Andammo a letto che stava ancora parlando. Non era cambiato nulla dalle 5 del pomeriggio, ma, in realtà, la telefonata, che ormai stava assumendo caratteristiche da guinness dei primati, poteva essere incominciata ben prima.

Avrei potuto giurare che non si fosse mossa mai da lì, nemmeno per andare in bagno, almeno una volta. 

Io e la Vivi guardammo un film noir, di quelli con qualche sparo, fumo dai tombini, tanta suspence e un cadavere nel bagagliaio, i cui dialoghi e colonne sonore riuscirono a schermare per un paio d’ore la telefonata infinita della mia vicina.

Giunti i titoli di coda, colpo di scena!

La signora stava ancora parlando al telefono.

Ci siete cascati, eh?
Anche io, all’epoca.

La cosa, quindi, iniziò a impensierirmi.
Decidemmo di lasciarle comunque ancora un po’ di tempo. Spegnemmo la luce e provammo a dormire: dopotutto, a breve, sarebbe dovuta stramazzare.

Per sonno, disidratamento, inedia. Logorrea. Asfissia.

Fucilate.

Ma poi, davvero qualcuno dall’altra parte della cornetta stava ancora ascoltando impassibile da ore la telefonata della signora?

Mistero.

Mezzanotte e ancora non potevamo prendere sonno.

Talk talk talk. Zero pause.

All’una, ancora svegli, con la sua nenia in sottofondo.

Ero indeciso se affacciarmi e chiederle educatamente di spostarsi almeno in un’altra zona della casa, o se andare a prepararmi i pop corn, per assistere rassegnato al resto della telefonata.

Mentre mi accingevo a cucinare i pop corn, la Vivi, a mia insaputa, ruppe gli indugi, uscì in giardino e optò per la prima soluzione: 

Please, madamThank you.

Mossa inutile.
Forse anche un po’ scellerata.

Dopo un breve silenzio, la vicina, riprese come niente fosse: non aveva alcuna intenzione di interrompere la sua avvincente conversazione.

Iniziammo a valutare se non fosse opportuno chiamare lo sceriffo.

Good night Sheriff!
Non riusciamo a dormire perché la nostra vicina parla al telefono ininterrottamente da ore, nel suo lanai! 
Help!

Tecnicamente, non si potevano nemmeno definire “schiamazzi notturni”, perché lei non alzava mai il tono della voce, usando un volume normale. Ed era a casa sua.

E continuava imperterrita a chiacchierare.

Tanto che, esasperato, mi decisi e chiamai lo sceriffo.

Va detto: malgrado l’orario, la mia chiamata fu presa subito in carico e nel giro di cinque minuti lo sceriffo era già sul posto, nonostante il mio racconto inverosimile, sbadigliato al telefono in anglo-maccheronico, tipo “Ciù gust is megl’ che uàn”.

Nessuno mai saprà cosa avrà pensato il poliziotto che mi ha risposto e ascoltato pazientemente al telefono, quella notte.

Tra le veneziane abbassate della nostra finestra, spiammo la volante dello sceriffo con i lampeggianti accesi, parcheggiata nel driveway della vicina. Ascoltammo di soppiatto l’agente, che con tono bonario invitava la signora ad andare a dormire.

Photo by Chris Nguyen on Unsplash

Finalmente.

Finalmente tra le braccia di Morfeo, io e la Vivi sobbalzammo nel letto, svegliati da un bussare nervoso e ripetuto alla finestra della nostra camera.

Chi poteva mai essere, alle tre di notte?
Inoltre: con chi aveva conversato, ininterrottamente per ore al telefono, la mia vicina di casa?
Ma soprattutto: cosa diavolo è un lanai?!?

Scopriremo insieme tutti questi enigmi enigmatici nel secondo tempo di… “Notte noir americana”!

FINE PRIMO TEMPO – Notte Noir americana

Altri tempi

IL TEMPO.
In italiano, usiamo la sola parola “tempo” per parlare sia di cronologia, sia di meteorologia.
Spesso, ne afferriamo immediatamente il significato dal contesto, perché a nessuno di noi – vero? – verrebbe in mente di replicare alla domanda: “Com’è il tempo?” rispondendo: “È mezzogiorno!”
Mentre, quando ci chiedono: “Quanto tempo fa?” nessuno pensa alla pioggia, alla neve, al sole, o alle nuvole, ma ai minuti, alle ore, ai giorni e così via.

Gli anglosassoni, invece, distinguono i due argomenti, adoperando il termine time nel caso della cronologia e il termine “weather” per la meteorologia.
Non scompongono la giornata in 24 ore, ma in 12 AM, più 12 PM.
Se augurate un innocente e sentito buongiorno (good morning, sir!”) a un americano, quando sono le 12:05 PM, potreste andare incontro a battute di ogni genere, spesso molto argute e divertenti, perché gli statunitensi sanno essere assai spiritosi.
Dalle 12:01 pm, qui si augura good afternoon, quindi attenzione sempre alle lancette dell’orologio, prima di salutare.
Alla loro domanda: “What time is it?” quando sono le 4 del pomeriggio, rispondere che sono le 16:00 equivale invece a farli sobbalzare in aria e deflagrare in una sonora risata, non in virtù del fatto che gli spiritosi stavolta siamo stati noi, ma perché proprio non capirebbero, o penserebbero che siamo ubriachi.

LE DATE.
Quando gli americani scrivono una data, partono prima dal mese, poi indicano il numero del giorno, infine l’anno.
Questa differenza potrebbe sembrare una sottigliezza, ma, per esempio, con la data di nascita di Corinne noi dobbiamo sempre fare molta attenzione, perché è nata il 3 agosto (per noi 3-8, per loro 8-3): un eventuale errore di distrazione potrebbe far credere che sia nata l’8 marzo.
Abituarmici, dopo una vita trascorsa a scrivere date partendo dal giorno, è stata, ed è tuttora, una gran fatica.

I GIORNI DELLA SETTIMANA.
Nella Bibbia, libro della Genesi, si parla della domenica (che in latino significa “giorno del Signore”) come dell’ultimo giorno della settimana, durante il quale il Dio cristiano, dopo la immane fatica della creazione dell’Universo, si riposò.
Beato lui.
Io, che mi sono limitato a creare due figlie, sono anni che non riesco più a chiudere occhio.
In Italia, chi non è cristiano ha comunque studiato a scuola la filastrocca tradizionale del pulcino, da dove si evince chiaramente che il primo giorno della settimana è il lunedì.
Ricordo ancora i primi versi della filastrocca imparata a memoria, per non dimenticare l’ordine dei giorni della settimana:

“lunedì chiusin chiusino,
martedì bucò l’ovino.”

Immagino che i più secchioni di voi l’avranno appena recitata tutta fino alla domenica, che, anche in questo caso ben più laico e profano, risulta essere l’ultimo giorno della settimana.

Voliamo nuovamente negli USA, dove scopriamo che domenica si dice Sunday, che invece significa “giorno del Sole”.
Roba da pagani.
Negli Stati Uniti, non è così scontato che il lunedì sia sempre considerato il primo giorno della settimana e se lo chiedete a qualcuno a bruciapelo, potrebbe capitarvi che l’interrogato ci debba pensare un po’ su, come se dovesse fare chissà quali calcoli astrusi, e alla fine vi risponda con tono poco convinto.
Per esempio, la mia azienda fa partire la settimana dalla domenica, sia per il calcolo degli stipendi, sia per la pubblicazione dei turni lavorativi dei dipendenti.
Ma senza andare tanto lontano, basta guardare tutti i calendari americani, compresi quelli digitali sui telefonini: le settimane iniziano tutte sempre dalla domenica.
Attenzione, quindi, quando con un americano parlate di qualcosa che avverrà “la domenica della settimana prossima” (next week), perché la vostra domenica potrebbe non coincidere con quella intesa dal vostro interlocutore.
Io ho preso l’abitudine di specificare sempre il numero del giorno, a scanso di equivoci.

Un calendario americano, con la domenica in prima colonna. (Photo by Manasvita S on Unsplash)

Gli americani, inoltre, scrivono i nomi dei giorni della settimana rigorosamente maiuscoli: Monday, Tuesday… così come i nomi dei mesi: January, February
Noi italiani non vediamo alcun motivo per cui dovremmo farlo ed è proprio per questo che poco più su ho scritto lunedì e domenica minuscoli e l’ho appena rifatto.

Vi sentite il cervello fuso, vero?
Io sì.
E a proposito di fuso:

IL FUSO ORARIO.
L’America, a torto o ragione, è comunemente considerata da tempo la nazione apripista, precorritrice di mode e innovazioni, nel bene e nel male. Il Paese dal quale l’Italia e l’Europa finiscono spesso col mutuare nuove abitudini e idee, nei campi più disparati della vita.
Eppure, se ci pensate, gli USA sono di fatto sempre indietro di almeno sei ore, quando non di più, rispetto all’Italia: ogni giorno, quando l’americano si sveglia e inizia a fare colazione, l’italiano è già sveglio e attivo da un po’ e sta pranzando, se non addirittura cenando…
E allora, vogliamo cominciare a prendere coscienza di questo piccolo ma costante vantaggio temporale quotidiano, per invertire una volta per tutte questa tendenza e capovolgere la situazione a nostro favore?!? 😉

(P.P.)

Photo by Luis Cortes on Unsplash

Vi porto a fare la spesa in Florida

Photo by David Veksler on Unsplash

Ho sempre vissuto il fare la spesa in un Paese straniero come una piccola avventura, ogni volta che ho viaggiato da turista.

Per cui, oggi, se siete curiosi, faccio vivere questa piccola avventura anche a voi, portandovi a fare la spesa in un Publix, una delle catene di supermercati americani più diffuse nella mia zona.

Innanzitutto, prima di entrare in un qualsiasi supermercato statunitense, una brutta notizia: i prezzi esposti, al contrario che in Europa, sono SENZA IVA.
La buona notizia è che in Florida l’IVA è decisamente più bassa rispetto all’Italia.

La prima sensazione che si prova entrando è: “OK, qui trovo TUTTO.”
Forse è vero.
Solo che poi, addentrandoti tra le corsie, ti rendi conto che, per riuscire a trovare tutto, avrai bisogno di circa un paio di anni di spese… spesi a cercare i prodotti che ti servono, poiché sono disposti secondo criteri incomprensibili a un europeo.

Per esempio, a volte, può capitare di trovare lo stesso prodotto, ma di marche diverse, in due corsie differenti, oppure addirittura lo stesso identico prodotto della stessa marca, in due reparti diversi.
Alcuni sottaceti e sottoli (cetrioli, capperi, cipolline e olive) si trovano in una corsia, altri (funghetti, asparagi, carciofini) in un altro reparto, lontano dal primo.
Non solo: i capperi – ma solo alcune marche – si trovano in una delle sopracitate corsie di sottaceti, ma anche in un terzo reparto, quello dei prodotti etnici.

Stesso discorso per gli oli di oliva, che giungono da ogni parte del mondo mediterraneo e sudamericano.

I formaggi sono addirittura sparpagliati in giro per tutto il supermercato, a seconda della tipologia, provenienza, livello di bramosia del cliente disposto a tutto pur di vincere questa avventurosa caccia al tesoro.
Se un giorno troverò lo Stracchino, convocherò una conferenza stampa a reti unificate. Deve essere lì, da qualche parte, lo sento.

Pinoli e stuzzicadenti: lasciate ogni speranza o voi che entrate.
Ormai sono convinto che siano dotati di vita propria e siano dediti al nomadismo, per cui ogni volta devo ricominciare la loro ricerca daccapo e mi affido alla (buona?) sorte.

Raramente un commesso, pur volenteroso e gentile, potrà aiutarvi: che volete ne sappia di Stracchino, fette biscottate, paté di olive, chinotto?
Vi fisserà spaesato e risponderà di provare a vedere nella corsia x.
Good luck.

Non si usano i guanti al reparto frutta e verdura. E non si pesano nemmeno i prodotti, perché ci pensano poi alla cassa.
Infatti, una delle cose che ci succede sempre quando torniamo a fare la spesa in Italia è di scordarci di pesare la frutta e di dover puntualmente tornare indietro.
A proposito, ne approfitto ora per chiedere scusa a tutti i clienti italiani in coda dopo di noi, per l’attesa causata.

I carrelli sono senza moneta, ma non perché la gente è particolarmente beneducata e civile e li riporta al loro posto, anzi. C’è un dipendente del supermarket pagato per sistemare tutti i carrelli abbandonati nel parcheggio.
Va detto che qui non esiste la moneta da due o un dollaro, come con l’euro. Il taglio di moneta più grande è quello (raro) da 50 centesimi e presumo quindi che di recuperare mezzo dollaro all’americano medio importi meno di quanto a me importa conoscere le vicissitudini della Famiglia Reale d’Inghilterra: mettilo pure lì, dentro quel cassetto, insieme alle altre cose di cui non me ne frega niente!
Ma va anche detto che in alcuni discount, come ALDI, pare che sia in uso il sistema dei carrelli con la moneta.

Qui, anziché l’offerta del 3X2, c’è la più conveniente 2X1, cioè se di un prodotto ne prendi due confezioni, la seconda non la paghi, oppure, come sostiene la Vivi, le paghi entrambe scontate al 50%.
E guai a contraddirla.
Lei vuole sottolineare questo aspetto, perché in realtà a volte succede che, a random, ti applicano lo sconto anche se di confezione ne prendi una sola.
Le piace rischiare, alla Vivi.

Se il reparto vini e birre è di una vastità inebriante, chi vuole schiacciare il piede sul pedale dell’alcol e procurarsi, per esempio, della innocentissima vodka deve invece uscire dal supermercato e rientrare in uno store a fianco, sempre Publix, dedicato esclusivamente alla vendita di superalcolici e accessori annessi.
Roba da rischiare di diventare astemi. I primi tempi, ci stavo quasi cascando anche io, ma poi, grazie alle mie buone frequentazioni, sono rinsavito e sono tornato sulla (scor)retta via.
Grazie, amici!

Per velocizzare le code alla cassa, esiste un servizio gratuito chiamato “bagging”, dove un dipendente del supermarket aiuta i clienti a imbustare la spesa e caricarla sul carrello.
Una targhetta appuntata sulla loro uniforme avvisa i clienti che non accettano mance, nemmeno se si offrono di portarci la spesa fino alla macchina e aiutarci a caricarla nel baule.
Questi inservienti sono eccezionalmente zelanti e hanno la tendenza a inserire al massimo tre-quattro prodotti per sacchetto, sicché, se avete una spesa consistente, a casa vi ritroverete sommersi di buste di plastica che riusciranno a smaltire soltanto i vostri pronipoti.
Da quando ho capito l’antifona, mi sono dotato di una bella scorta di borsoni stile IKEA, che ammucchio sul nastro della cassa prima ancora di salutare. Appena arriva il mio turno, saluto e annuncio in tono perentorio:

“NO PLASTIC BAGS, PLEASE!”

Per loro, deve suonare un po’ come una dichiarazione di guerra, perché assumono subito un’espressione delusa e smarrita, spiazzati e quasi disgustati dalla mia richiesta, poiché a quel punto inizia un interrogatorio di terzo grado per ciascun prodotto che stanno per inserire nei miei bustoni:

“Vuoi davvero che metta questa confezione di carne assieme alla scatola con i biscotti e a tutto il resto?!?”

“Yes, please.”

“E questo? Non preferisci che lo mettiamo in una nostra busta di plastica a parte?”

“No, thank you.”

“E pure il latte, lo posso mettere qui, in questa stessa borsa, con tutte le altre cose???”

“YES, WHATEVER, WHEREVER, I DON’T CARE.”

Alla fine, se potessero, mi imbusterebbero anche le figlie al seguito. In due borse rigorosamente separate, ovvio. Vuoi mica che si mischino.
Lo capisco dai loro sguardi sovreccitati, che io provvedo subito a disintegrare col mio sguardo inceneritore.

Poi, però, prima di salutarmi, mi ringraziano sempre contenti per aver portato i miei borsoni da casa.

Bene, ora potete scendere dal mio carrello e aiutarmi a scaricare tutto sulla macchina e poi nel frigo.
Non pensavate mica di svignarvela sul più bello, vero?

No, niente mance! 😜

(P.P.)

Photo by Bruno Kelzer on Unsplash

Caro amico ti scrivo

Confesso che, nonostante la mia passione per la scrittura, non ho mai amato scrivere lettere, neanche prima dell’avvento delle nuove tecnologie digitali.
Ho sempre pensato che le corrispondenze epistolari comportassero troppo spreco di tempo e lo penso tuttora: attendi che il destinatario riceva la tua lettera, non si sa quando; attendi che ti risponda; attendi che ti arrivi la sua risposta e via così, fino a ritrovarti senza amici al bar, ottuagenario.
Spaiato, come un fantasmino in lavatrice.
Solo, come il rover Curiosity atterrato su Marte.

Ma forse il motivo principale che mi ha spesso dissuaso dall’intraprendere uno scambio di lettere è stato quello di dover ogni volta uscire di casa per recarmi a imbucare la lettera, una volta imbustata e affrancata.
Lo so, è una pigrizia tutta mentale, ma, ogni volta che penso a questo passaggio, la voglia di scrivere una lettera evapora, come la voglia di andare a lavorare il lunedì mattina.

Probabilmente, è stato per questo motivo che ci ho messo così tanto tempo a scoprire la funzione della leva rossa presente nelle cassette postali americane: non mi interessava. Sicché, non mi sono mai posto il problema.

Negli USA, il postino svolge un doppio lavoro nello stesso momento, poiché, quando passa da casa tua per consegnarti la posta nella buca delle lettere, già che c’è, se vede la leva rossa alzata, capisce che la tua mailbox contiene anche della corrispondenza da spedire, così la preleva e provvede a inviarla.
Un po’ come nei programmi di posta elettronica, dove tutti abbiamo la casella di posta in uscita e quella in entrata, la buca delle lettere degli americani possiede questa doppia funzione.
Pensate non solo al risparmio di tempo, ma anche all’aspetto economico e ambientale.

Inoltre, il furgoncino postale ha il volante a destra, come i veicoli britannici, per permettere al postino di guidare dal lato delle cassette e di infilare e prelevare la posta dalle mailboxes direttamente dal finestrino abbassato del veicolo, senza dover scendere ogni volta.

Il furgone delle United States Postal Service. (Photo by Trinity Nguyen on Unsplash)

Infatti, da un lato, esiste la totale libertà di scegliersi la propria cassetta delle lettere di qualsiasi forma e colore: provate a googlare “creative funny mailboxes” per divertirvi.

La buca delle lettere di un mio vicino di casa, appassionato di kayak.

Dall’altro, esistono regole molto rigide alle quali i proprietari delle diffusissime indipendent houses, ossia le villette indipendenti del ceto medio americano, devono attenersi: l’altezza da terra delle cassette deve essere sempre uguale e corrispondere a quella del finestrino del furgone postale, pena la mancata consegna della posta.

Chiaro, si tratta di un sistema APERTO.
Quindi è molto meno sicuro di quello usato nel Vecchio Mondo, dove siamo più avvezzi a secoli di maramaldi truffatori, siamo perciò abituati a diffidare di qualsiasi occasione renda l’uomo ladro e ci siamo dotati di buche delle lettere che somigliano più a delle casseforti, dove il postino può dunque solo limitarsi a imbucare, non certo prelevare.

Ma siccome anche in America esistono i lestofanti disonesti – altroché! – dove necessario e/o possibile, tipo negli androni dei condominii, assieme alle singole cassette di ciascun condomino, è presente una “Outgoing mailbox”, usufruibile da tutti gli inquilini, dotata di una fessura per imbucare le lettere da spedire e di una serratura accessibile solo dai postini, per la raccolta e l’invio sicuro e veloce della posta in uscita.

Questo purtroppo non risolve i sempre più diffusi problemi dovuti ai furti di dati e di identità ad opera di frodatori professionisti, tanto che l’USPS, ossia il corrispettivo statunitense delle Poste Italiane, raccomanda in ogni caso i cittadini di cercare di inviare la propria posta recandosi direttamente presso i loro uffici, soprattutto quando si tratta di documenti sensibili.

Nonostante ciò, questo tipo di servizio postale porta a porta rimane attivo, in ossequio al principio prediletto dai cittadini USA della fiducia incondizionata nel prossimo, fino a prova contraria.
Lo stesso principio che fa sì che raramente troverete recintati i frontyard delle indipendent houses, o le inferriate alle finestre.

Per coloro che invece manifestano sfiducia crescente verso il sistema di sicurezza pubblico, esistono le cosiddette gated communities, le quali, occorre dirlo, anch’esse si stanno paradossalmente diffondendo in misura sempre crescente, per la ragione opposta, ossia perché evidentemente garantiscono un maggiore senso di protezione a chi non si sente più sufficientemente tutelato.

Ancora una volta, questo Paese si presenta ai miei occhi come una grande scatola piena di tutto e il contrario di tutto, una miscela di elementi opposti che riescono a convivere nonostante le tante divergenze, creando una società estremamente variegata e foriera di slanci e impulsi dalla direzione imprevedibile.
Questo è il lato critico dell’America.
Questo è il lato affascinante dell’America.

Ora scusate, ma devo andare ad alzare la levetta della mia mailbox, perché mi è venuta una gran voglia di scrivere e spedire una lettera ad un mio caro amico.

(P.P.)

Everglades, Florida. La Vivi, presso il più piccolo ufficio postale degli USA.
The Vivi
, at the smallest Post Office of the USA.



Noi, mocciosi duri

Uno dei motivi per cui, a suo tempo, io e la Vivi decidemmo di iscrivere le piccole pesti ai Boy Scouts della Florida, fu anche per cominciare a ritagliarci un po’ di tempo libero per noi due.
Adoriamo le nostre due mostriciattole e proprio per questo siamo consapevoli che un giorno dovremo ahimè separarcene, quindi vorremmo abituarci in modo graduale al Grande Momento.
Anche perché qui viviamo totalmente senza il sostegno di figure parentali alternative, quali nonni, zie e zii, per cui temiamo che l’abitudine a stare (bene) sempre tutti e quattro insieme, alla lunga, rischierà di diventare un boomerang che ci si conficcherà dritto dritto nel… cuore.

Senonché, questo boomerang alla fine è andato a conficcarsi da un’altra parte, quando abbiamo scoperto che, da diversi anni ormai, l’organizzazione scoutistica americana ha cambiato le regole interne e stabilito l’obbligo di presenza di un adulto per ciascun bambino partecipante.

Ecco perché, a fine ottobre, ci siamo ritrovati tutti e quattro indissolubilmente insieme, al nostro secondo campo scout, della durata di un weekend: giunti il venerdì pomeriggio, abbiamo montato la nostra tenda in un immenso parco naturale dalle parti di Punta Gorda.

Appena svegliati sabato mattina, il corposo programma del campo prevedeva che il nostro gruppo scout si recasse presso la climbing station, come prima attività.
Una torre dotata di diverse pareti di arrampicata, per tutti i gusti.

Ci siamo diligentemente messi in fila ad aspettare il turno delle nostre bambine, quando a un tratto Corinne ha alzato lo sguardo e, fissandoci dritto negli occhi ancora assonnati, ci ha detto in tono perentorio:

“Papà, mamma, io voglio fare il muro ˈnʌmbɚ faɪv”.

Io, da quando eravamo giunti sul posto, ero rimasto impalato a fissare l’altezza da capogiro di quella torre, osservandone la vetta col naso in su e cercando di calcolarne a spanne la (dis)misura.
Sapevo a malapena il mio nome e che mi trovavo ad un campo scout americano con gli altri tre membri della mia famiglia italiana.
Ho chiuso la bocca divaricata da dieci minuti e deglutito.

“Muro… nàmber fàiv?” Ho ripetuto io in inglese maccheronico. “E cosa sarebbe?”

Più reattiva di HAL 9000, il supercomputer di bordo dell’astronave Discovery nel film “2001: Odissea nello spazio”, Corinne, da quando era arrivata sul posto, in quei dieci minuti aveva già studiato lo scenario nei minimi dettagli e preso una decisione definitiva.
Una decisione molto discutibile, dal mio punto di vista, dopo aver scoperto che il “muro namba fàiv” era la parete da scalare di livello 5, cioè quella con il massimo di difficoltà.
Così, passandole la mano sotto il mento, le ho proposto:

“Tesoro, facciamo come tutti gli altri bambini, che cominci dal numero 1. Poi, se riesci, provi gradualmente a salire di livello, fino al numero 5, ok?”

Il mio tono accomodante, chiaramente contraffatto alle orecchie di qualsiasi commediante navigato, sottintendeva: “Si fa come dico io, cara pupetta!”
Ma questo rimanga tra noi.

Intanto, osservavo intenerito i primi mocciosetti che si erano avventurati convinti sulla parete “nàmber uàn” e, quasi subito dopo pochi appigli, avevano chiesto all’istruttore che teneva la loro imbracatura di voler scendere.
Allora, giunto il suo turno, un po’ per scherzo e un po’ per stimolarla, ho voluto sfidarla e le ho lanciato la battuta:

“Dai Cory, se raggiungi la cima ti do 50 dollari!”

Al centro, una scimmietta in blu jeans si accinge a scalare il muro “namber uàn”.

Ha iniziato a salire sotto il mio sguardo scettico e divertito allo stesso tempo. E sotto lo sguardo di tutti gli altri scout e famiglie.

Ho cominciato con le tipiche frasi di circostanza paterne:

“Oh Cory, se sei stanca, o hai paura, chiedi all’istruttore di farti scendere!”

Giunta a metà della torre, il mio tono canzonatorio si è smorzato: la peste stava salendo come un geco, forse ignara di dove si trovasse.

Allora, sono passato a incitamenti più sostenuti, ma sempre misurati:

“Dai Cory, forza, che stai andando bene!”

Poi l’ho vista lassù, minuscola e ostinata come una formichina, dimenarsi come una furia a circa 12 metri da terra, per arpionare l’ultimo attacco che pareva inafferrabile, a pochi passi dal traguardo finale: ho perso ogni contegno e preso a urlare in un crescendo delirante, come nella telecronaca da infarto di Galeazzi, durante la finale di canoa Rossi e Bonomi, oro alle Olimpiadi di Sidney 2000.

Quando è scesa, è stata accolta da un applauso collettivo, che l’ha un po’ frastornata.

Io avrei voluto mettermi a correre per il parco, avvolto nel tricolore svolazzante, come Tamberi, urlando a squarciagola “SHE’S MY DAUGHTER, SHE’S MY DAUGHTER!”, ma non pensate anche voi che avrei oltrepassato la misura?
Così mi sono limitato a correrle incontro per farle i complimenti:

“Brava Corinne, non hai avuto paura!”

“Papà, certo che avevo paura, ogni volta che guardavo sotto. Però continuavo a ripetermi «forza Corinne, non avere paura!»”

“Beh, allora sei stata davvero brava e coraggiosa!”

“Papà?”

“Dimmi.”

“Quando me li darai i 50 dollari?”

Photo by simpsonswiki.com

Non riusciremo a liberarci tanto presto delle piccole pesti, ma in compenso, ogni volta che rientriamo a casa da un campo scout, torniamo con la sensazione unica di aver vissuto assieme un lungo sogno avventuroso, che ci ha resi più uniti e più ricchi.
A parte il mio portafogli.

(P.P.)

Se vi è piaciuto questo post sulla nostra esperienza con i Boy Scouts americani, potrebbero anche interessarvi: “Bandiera rotta, onor di capitano?” e “Bye bye, bandiera addio”.

Se invece siete curiosi di ascoltare la vibrante telecronaca di Galeazzi:

Automobilisti nati

Premessa doverosa: le informazioni segnalate in questo post possono variare da Stato Unito a Stato Unito e, nell’ambito dello stesso Stato Unito, possono subire aggiornamenti e modifiche nel corso degli anni, quindi se state leggendo questo articolo nel 2027, non prendete tutto alla lettera.
A proposito, come va nel 2027?
Finita la pandemia della SARS-CoV-2?
Si usa ancora il cellulare mentre si guida?

In USA, 2022 fresco fresco, l’uso del cellulare per effettuare telefonate mentre si guida è sconsigliato ma tollerato, con o senza auricolari o bluetooth, tranne alcune eccezioni e regolamentazioni locali.
La Florida è uno degli Stati più morbidi: punisce solamente l’invio di sms, o al massimo le chiamate in prossimità delle scuole.
Credo che questo sia il motivo per cui, tra gli automobilisti floridensi, è diffusa la cattiva abitudine di non usare le frecce per segnalare i propri spostamenti: la mano che servirebbe per azionare gli indicatori di direzione è spesso occupata dal cellulare…
In confronto, in Italia, siamo degli scolaretti modello.

Poi, però, mentre guidi in autostrada, i tabelloni luminosi declamano messaggi in rima, da fare impallidire Walt Whitman:

“DON’T TEXT AND DRIVE,
ARRIVE

ALIVE.”

Ora, mi raccomando, non fingete di non aver letto l’inciso più su “tranne alcune eccezioni e regolamentazioni locali”, ché già vi immagino davanti al Giudice, dopo aver causato un mega incidente, dire a vostra discolpa:

“Eh ma Pietro ha scritto che si poteva. Se vuole le mando anche il link, signor Giudice. Ce l’ha WhazzApp?”

NO.

Anche il sorpasso a destra è consentito, in autostrada e in gran parte delle strade urbane con almeno due corsie.
Di nuovo: se venite piallati da un autosnodato americano che sta rientrando nella corsia lenta, proprio mentre voi state mettendo in pratica questo esperimento elettrizzante, non date la colpa a me.
E per la cronaca: parliamo dei famosi trucks statunitensi, roba che, quando decidete di sorpassarli, dovete prendere ferie.
Roba che, superandoli con un SUV, questi TIRannosauri Rex vi fanno sentire talmente minuscoli che per scattarvi un selfie avete bisogno del microscopio.

Un tipico truck americano, appena giunto in Florida. La parte posteriore si trova ancora in California. 😉 (Photo by Shay on Unsplash)

Ma attenzione: non superate mai uno scuolabus americano, né a sinistra, né tantomeno a destra, su qualsiasi strada vi troviate.
In presenza di uno scuolabus fermo, poi, si ferma chiunque e qualunque altra cosa.
Come quando si giocava a Un Due Tre, Stai Là.
Anche mia figlia Corinne, notoriamente sgusciante come un’anguilla, in quell’occasione si blocca.
Lo scuolabus americano è considerato quanto di più sacro esista sul suolo statunitense.
Avete presente quando Jovanotti, in “Temporale”, rappa:

“L’autista di scuolabus ha in mano la nazione,
più di un ministro, di un Papa, o di un’autorità!”

Immaginate la consacrazione di questa strofa.
Le porte dello scuolabus si apriranno solo quando l’autista sarà certo che si è arrestato tutto, compreso l’asse terrestre.
A quel punto, una masnada di piccole canaglie si riverserà per le strade in ogni direzione possibile e ciascun genitore dovrà cercare di riconoscere e acchiappare le proprie, come quando si giocava a Mosca Cieca.

Un tipico scuolabus americano. In primo piano, si noti lo skateboarder costretto a rimanere sospeso in aria, in attesa che scendano tutti i bambini. 😉 (Photo by Benjamin Wedemeyer on Unsplash)

In molti stati USA, come la Florida, è consentito svoltare a destra ad un incrocio anche se il semaforo è rosso. Ve ne accorgerete, perché sentirete quello dietro di voi suonarvi il clacson con tono indulgente. Si tratta di un sintetico La Maggiore strozzato a metà, che significa:

“Gentile guidatore, immagino tu sia straniero. Ti sto informando che puoi passare col rosso e se ti muovi posso passare anche io, thank you“.

Nulla a che vedere con i nostri sguaiati strombazzamenti italici, eloquenti e prolungati, che partono in Fa Diesis Bemolle, appena dopo un secondo che il semaforo diventa verde, che di solito significano:

“Muoviti, IM-PE-DI-TO!”

Quando non è consentito svoltare col rosso, il divieto viene sempre segnalato opportunamente.
Se siete sempre quelli di prima, miracolosamente scampati al sorpasso a destra dell’autotreno americano, vi ricordo che, anche in questo caso, bisogna effettuare la manovra in sicurezza, solo dopo essersi fermati come ad un normale stop, se non volete farvi asfaltare dal suddetto truck americano, che nel frattempo sta giungendo a spron battuto dalla California e ha il verde. 

Ancora a proposito di semafori, segnalo che essi non sono posizionati, come in Europa, sulla linea dell’incrocio, ma sono sospesi al centro dell’incrocio, o aldilà di esso.

Un tipico semaforo floridense, noto per la sua ritrosia: è infatti posizionato aldilà del crocevia. 😉

Attenzione quindi a fermarvi ben prima del semaforo, in corrispondenza della linea. Non fate come certi automobilisti abitudinari e pendolari, che, al ritorno dall’Italia, i primi giorni in Florida, si ritrovano a inchiodare la macchina nel bel mezzo di ogni incrocio. Mentre, quando guidano in Italia, dopo undici mesi in USA, rallentano due chilometri prima del semaforo, creando code migliometriche, senza motivo.

Infine, i limiti di velocità: in autostrada il limite è di circa 110 Km orari (70 miglia orarie), per cui, se avete il vizietto di pestare sull’acceleratore, sappiate che questo Paese vi accoglierà a braccia aperte, come da sempre è abituato a fare con tutti, ma potrebbe riservarvi delle amare sorprese…

Adesso però basta fare il buffone.

Dal prossimo post tornerò una persona seria.

Promesso!

Che c’è?

Ho scritto dal prossimo post!

(P.P.)

Guidatore inside

Era una delle prime volte che stavo guidando per le strade della Florida.
Canticchiavo “What a wonderful world”, quando tutto a un tratto mi sono imbattuto in un incrocio senza semafori, ma con lo stop presente in tutte e quattro le vie.

Sapevo bene che ci si deve fermare completamente, non importa se l’incrocio sia deserto o stiano giungendo altre vetture.
La propria auto deve arrestarsi prima della linea bianca.
Altrimenti, state pur sicuri che, persino nel deserto dell’Arizona, non si sa bene come né da dove, si materializzerà una volante dello sceriffo per farvi la multa.


Quel giorno, però, mi è capitato anche che, subito dopo di me, da tutte le altre tre vie sono sopraggiunte altrettante automobili, che si sono fermate anch’esse ognuna dietro al proprio stop.

“E ora?!?” Mi son chiesto.

“È finita.” Ho pensato.

“Ora abbassano i finestrini e tirano fuori i Winchester, per decidere chi parte per primo.” Ho immaginato.

Io, armato soltanto del mio cuore traboccante di pace e d’amore, stavo già per iniziare a recitare le mie ultime preghiere, alzare le mani dal volante per metterle sopra la nuca e arrendermi prima dell’imminente sparatoria, quando ho intravisto molto nitidamente, attraverso il parabrezza di uno dei tre pistoleri, una mano che si agitava per sollecitarmi a partire.
Vedendomi reattivo come un lampione, ha cominciato anche a farmi i fari, che qui si usano come strumento di cortesia, non di prevaricazione.
Ora che ci penso, costui aveva anche una vaga somiglianza con Clint Eastwood.

Sono ripartito poco convinto, poiché avevo la destra occupata.
Una volta raggiunta sano e salvo la sponda opposta dell’incrocio, ho visto con la coda dell’occhio, e poi nello specchietto retrovisore, le altre tre automobili ripartire, seguendo esattamente l’ordine con cui erano giunte all’incrocio, dopo di me.

Avevo appena assistito dal vivo alla famosa “Regola Dei Quattro Stop”.

GRANDE GIOVE!

Dimenticatevi, dunque, o voi ch’entrate in USA, la regola della precedenza a chi viene da destra, o a chi ha la destra libera.
Si segue l’ordine di arrivo all’incrocio.
D’impatto, a un europeo, potrebbe sembrare una follia.
Di fatto, una volta compreso e interiorizzato il sistema, ci si rende conto quanto, oltre a rappresentare un segno di grande civiltà, sia addirittura più efficace e democratico del metodo della precedenza a destra, per snellire il traffico e i possibili ingorghi.
Per non parlare della sua utilità in caso di semafori guasti, o peggio ancora, interi blackout cittadini.

Quello che invece, per me, rimane una vera e propria follia, è la mancanza della targa anteriore sul muso delle auto floridensi.
Ma come?!?
La patria di detective stories come Miami Vice, o CSI Miami, così pensa di combattere la criminalità?
Allora vogliamo proprio mettere i bastoni tra le ruote dei nostri eroini preferiti, se impediamo a Serpico & C. di effettuare appostamenti seri e professionali.
Povero Tenente Colombo.
Poveri CHiPs.

A proposito di CHiPs, ecco in sintesi come funziona il codice stradale della Florida per i motociclisti.

  1. Assicurazione: facoltativa.
  2. Casco: facoltativo.
  3. Occhiali da sole: obbligatori.

Prima di decidermi a tornare in sella su una moto, attendo con trepidazione una nuova proposta di legge che renda obbligatorio attraversare gli incroci impennando su una ruota, e facoltativo il numero di passeggeri trasportabili, tutti rigorosamente in infradito.
Anche io voglio una vita come Steve McQueen.

In realtà, mi basta una vita in movimento costante: è inutile restare fermi ad arrugginire.
Perché dovrei cercare di riposarmi proprio ora, che sono ancora vivo? Avrò tutta l’eternità per farlo.
E se invece dovessi reincarnarmi, beh, allora vorrà dire che la prossima vita cercherò di rinascere nella nostra… gatta Milù!

La nostra gatta Milù. Giuro che è viva!

(P.P.)

L’automobilista abitudinario

Sono un automobilista abitudinario.
Quando torno in Italia, i primi due barra tre giorni, ogni volta che metto in moto la macchina, rischio sempre il colpo della frusta, perché giro la chiave dimenticandomi di premere la frizione.
Viceversa, quando torno in USA dopo un mese di guida italiana, i primi due/tre giorni impiego sempre quel quarto d’ora accademico a far partire l’auto, perché perdo tempo a insistere nel cercare il pedale della frizione.
Come scritto nel post precedente “Cambiamo il cambio!”, ribadisco la mia esortazione a diffondere il Verbo Unico del Cambio Automatico in tutto il Pianeta Terra, prima che il mio bipolarismo diventi cronico.

Sono un automobilista abitudinario.
Quando rientro in USA dopo un mese di guida italiana, i primi giorni che parcheggio la macchina e la chiudo col telecomando, succede che: un clacson suona all’improvviso a pochi centimetri dalle mie orecchie, io salto sistematicamente in aria e, con espressione contrariata, mi giro intorno a cercare il maledetto cafone che mi ha strombazzato nei timpani, per staccargliene quattro.
Prendo immediatamente coscienza che quel cafone sono stato io e mi fingo un passante qualsiasi.

Dico io, ma c’è proprio bisogno di questo sistema?!?
Che a momenti per la collera prendo a calci la portiera della mia stessa auto?

Sarà forse perché qui in America esistono parcheggi talmente vasti dove potresti dimenticarti dove hai lasciato la macchina e non essere in grado di ritrovarla più: non rimane che aprire e chiudere le portiere col telecomando e seguire il suono del proprio clacson, come il richiamo di mamma oca.
Parcheggi talmente immensi, che per raggiungere la tua vettura hai bisogno di un’altra vettura e allora tanto valeva andarci a piedi.
Auguri.

Viceversa, quando torno in Italia dopo un anno di guida americana, appena chiudo la macchina col telecomando, non sentendo alcun clacson, vengo assalito da dubbi atroci e inizio a guardarmi indietro verso l’auto, in stato di visibile apprensione.

Si sarà chiusa davvero? L’ho chiusa o no? Boh. Massì, certo che è CHIUSA, DAI, PIETRO!

E torno indietro a controllare.

Contando che continuerò a pendolare tra USA e Italia ancora per molti anni, anche io dovrò andare a farmi controllare da qualcuno, prima o poi.

Ma passiamo ai distributori di benzina americani: se non siete mai stati da queste parti, ma avete in programma di trascorrere una vacanza on the road con auto a noleggio, o trasferirvi qui per sempre e quindi acquistare una macchina, segnalo un paio di bizzarre ma utili informazioni, che mai nessuno ricorderà di dirvi.

1) Non pensate di risparmiare denaro noleggiando o acquistando una vettura a gasolio, perché qui il diesel costa più della benzina.

Se con questa notizia ho già messo a dura prova le vostre coronarie, la prossima potrebbe esservi fatale.
Dunque prestate attenzione, respirate profondamente, senza allarmarvi:

2) la benzina verde si mette usando la pompa nera, mentre per il diesel si prende la pompa verde.

Una pompa di benzina americana: a sinistra, la bocchetta e il riquadro verde per il diesel, a destra quella nera, per la benzina verde. (Photo by Yassine Khalfalli on Unsplash).

Non.
Dite.
Una.
Parola.

Come detto, niente paura: se, come me, siete ben avviati ormai sul viale della senescenza precoce, sbarcate dall’Europa dopo un mese di guida italiana e sovrappensiero prendete automaticamente la pompa “sbagliata”, inutile che insistiate: non riuscirete mai a riempire di gasolio la vostra macchina a carburante “ecologico”.
Smettetela di cercare di brutalizzare la vostra povera automobile con la pistola del distributore, urtati da chissà quale complotto sia stato perpetrato alle vostre spalle: la bocchetta verde, nel vostro serbatoio, non ci entrerà mai.
Non ricorrete nemmeno all’alcol test. Siete sobri e vi crediamo sulla parola.
Rilassatevi: per evitare che qualche sbadato cronico (o un qualunque automobilista abitudinario) distrugga il motore della propria auto, o di quella appena noleggiata, il diametro delle bocchette e degli imbocchi dei serbatoi delle auto è differenziato, a seconda che siano motori diesel o a benzina.
Fiiiiut.

Questo lo so per certo, perché sono un abitud… cioè un professionista serio, con le proprie fonti, che non posso rivelare.
Piuttosto, sarei curioso di sapere se in Italia vige lo stesso sistema.
Chi sa dirmelo?

Bene, vedo le vostre bocche sbadigliare per la noia e le vostre palpebre calare per il sonno.
E poi, se mi dilungo ancora, Google si scoccia e mi ricaccia indietro negli indici di ricerca, così non mi trovate più.
E dopo come fate senza di me?
Io non so come farei senza me stesso. Una volta non mi trovavo più, allora ho provato a chiamarmi col mio cellulare, ma risultavo sempre occupato.
A fare cosa, poi?

Ok, corro a farmi controllare!

(P.P.)

Cambiamo il cambio!

Appassionato incallito di viaggi on the road, nella mia vita ho percorso infinità di chilometri alla guida di macchine, moto, camper, ecc.: da una lontana Torino-Barcellona, guidata in gioventù, su un mitico Pandino color verde palma, passando per uno sconclusionato vagabondaggio tra i Paesi dell’Europa dell’Est, a bordo di una Punto, per continuare col viaggio di nozze in Australia, al volante di automobili col cambio automatico e la guida a sinistra.

Insomma, se Archimede poteva dire: “Datemi una leva e solleverò il mondo!”, io posso dire: “Datemi un motore e… girerò il mondo!”
Ho guidato quasi ogni mezzo di trasporto, ma più di ogni altro, l’automobile.
E posso quindi dire anche: “Ne ho viste di cose che voi automobilisti…”
Anche il mio povero fondoschiena può testimoniarlo.
Nonostante questo, non ho ancora smesso di inghiottire miglia e non ho alcuna intenzione di appendere le chiavi al chiodo.
Ok, si è capito, credo: mi piace guidare.


Da quando mi sono abituato a guidare le auto americane col cambio automatico, il perdurare di quello manuale nelle auto europee rimane per me un mistero incomprensibile: le implicazioni positive per il guidatore, dovute alla presenza del cambio automatico, sono talmente innumerevoli che non saprei da dove cominciare a elencarle.
Eppure, se appena provo a farlo presente agli amici italiani, vengo abbattuto da sguardi e sonore risate, per poi essere zittito con una frase lapidaria:

“Guarda che guidare deve essere anche un divertimento, eh!”

Sottinteso: se non puoi scalare le marce per entrare sparato in una curva, o per sorpassare la tartaruga con la coppola in testa che guida davanti a te, che senso ha guidare?
Perché, prima di tutto, uno la macchina se la compra per correre a Indianapolis, o partecipare al GP di Monza, no?
Succede tutti i giorni, infatti. Soprattutto negli ultimi anni, dove gli autovelox in Italia sembrano piazzati persino nei bagni degli Autogrill, o nascosti nelle camere da letto di ogni cittadino dotato di patente.
Tutti Nuvolari.

“Sì, ma guarda che l’auto con il cambio automatico costa mediamente mille euro in più, eh!”

Vero.
Questo però accade SOLO nel mercato europeo.
Il cambio automatico ha iniziato a diffondersi a partire dagli anni Quaranta del ‘900. Non proprio l’altro ieri.
Infatti, in USA, la piaga del cambio manuale è stata debellata ormai dallo scorso secolo: oggi esistono soltanto auto col cambio automatico, per tutte le tasche. Il cambio manuale è scomparso naturalmente, come avviene per qualsiasi altra tecnologia sopraffatta dall’obsolescenza.
Per esempio, se voglio guardarmi Guerre Stellari o Matrix, mi reco in un bel multisala, possibilmente 3D, non ricorro certo al kinetoscopio, che ormai si può ammirare solo al museo del cinema.

Al contrario, l’eccentrico acquirente americano che desidera provare il brivido di vivere ancora nello scorso Millennio, lui sì che dovrà sborsare mille dollari in più per ottenere il suo confortevolissimo e avveniristico cambio manuale, sulla sua macchina… d’epoca.
Con l’aggiunta di altri 1000 Fiorini, vengono anche integrati due cavalli da traino nel caso in cui si voglia poi passare direttamente alla diligenza, per una guida ancora più retrò.
Le briglie sono in regalo!

Nel frattempo, in un mondo parallelo di una galassia lontana lontana, agli esami di guida pratica, i patentandi vengono ancora barbaramente torturati con uno dei test più critici, ossia la temutissima partenza in salita… usanza medievale totalmente inutile se si ha il cambio automatico, tanto che, anche grazie a ciò, per un europeo, superare il test di guida in USA, risulta semplice come mangiare un cannolo siciliano.

E, sempre nel frattempo, in quello stesso mondo parallelo di quella galassia lontana lontana, continuano a fioccare accesi dibattiti su come ridurre il numero degli incidenti stradali e aumentare la sicurezza delle auto.
Non importa se, grazie al cambio automatico, il conducente non ha mai bisogno di staccare le mani dal volante per cambiare marcia.

Ancora: si finanziano studi su come diminuire lo stress degli automobilisti ingolfati nel traffico e si eseguono approfondite ricerche su come curare le articolazioni sinistre infiammate, a causa delle sfrizionate ripetute nelle ore di punta, che si fanno sempre più… appuntite.

Mah.

Finora, ho affrontato l’argomento con tantissimi miei cari amici appassionati di motori, ma nessuno ha saputo darmi una risposta convincente e soprattutto imparziale.

Ora che non ho più amici, lo chiedo a voi lettori: se qualcuno riesce a fornirmi una spiegazione tecnica esaustiva, è il benvenuto…

(P.P.)

Papà italiani vs American daddies: mi avvalgo della facoltà di non rispondere

Sono padre di due bambine perfettamente bilingui, che vivono immerse nella cultura americana, a quasi 360 gradi e per circa 11 mesi all’anno.
Finora, hanno vissuto così la quasi totalità della loro vita, dato che risiedono in USA da ormai 5 anni e vi sono giunte quando ne avevano rispettivamente 3 e 1.
Proprio ora, mentre sto scrivendo, le sento giocare di là: stanno allegramente cinguettando fitto fitto in American English, con una pronuncia talmente impeccabile che, se non la smettono subito, mi vedrò costretto a fare irruzione in camera loro e metterle in castigo.
Così, solo per invidia.
Eppure, in qualunque lingua voi proviate a chiederglielo, loro vi risponderanno senza esitazione – per giunta con una leggera inflessione torinese – che sono italiane.

Evidentemente, almeno per ora, lo stile di vita e il modello educativo italico, impartito in famiglia alle due piccole pesti, risulta preponderante rispetto a quello anglosassone, assorbito fuori dalle mura di casa.
Non mi sono mai posto il problema su questo aspetto della nostra vita da expat, prima d’ora.
Penso che i due modelli si possano integrare, in parte in modo del tutto naturale, in parte usando un pizzico di buon senso.
Mi aspetto che il risultato sia un ibrido che tenga conto dei punti di forza di entrambi.
La mia sfida come padre – ardua, ma stimolante – sarà dunque quella di riuscire a individuare questi punti di forza e convogliarli in un bel fagotto che sia il più completo possibile, farcito di strumenti alternativi ed efficaci, che permettano alle mie figlie di:

1) tuffarsi in un mondo là fuori, dove oramai succede di tutto;

2) riuscire a nuotare in una realtà che diventa ogni giorno più complessa e poliedrica;

3) e poi speriamo che se la cavano.

Del resto, possiamo definire uno dei due modelli migliore dell’altro? E quali sono le differenze più in contrasto tra i due?

Nonostante cinque anni trascorsi negli Stati Uniti, non riesco ancora a rispondere bene a queste domande, perché – sembrerà strano – ma conosco ancora troppo poco i papà americani: onestamente, finora ne ho frequentati ben pochi.
Non si tratta di una specie in via di estinzione, per carità. Esistono, sono tanti e, a osservarli così per strada, sembrano anche essere molto affettuosi con i loro figli.

Ma le occasioni per poterli vedere interagire con la prole sono rarissime: pochi di loro riescono a partecipare per esempio alle feste di compleanno degli amichetti dei loro figli, occasioni dove in genere si incontrano prevalentemente le mamme, perché i papà di solito lavorano, spesso proprio nei weekend.

Inoltre, i pochi American dads con cui mi sono ritrovato a conversare hanno provato a coinvolgermi con argomenti come il football americano, o il baseball e altre amenità tipiche della cultura dell’americano medio.
Profonde ragioni culturali mi rendono totalmente impermeabile a questi argomenti, impedendomi di provare a colmare le mie lacune: anche volendo, non mi basterebbe un’altra vita per imparare le regole e la terminologia di uno sport come il football americano e appassionarmene.
Intendiamoci: a parti invertite, anche io, in presenza di altri papà italiani, mi metterei a parlare di calcio e altre amenità tipiche della cultura dell’italiano medio, facendo sentire l’ospite statunitense un alieno.
Infatti, non gliene faccio loro una colpa.

Il mio carattere riservato, da questo punto di vista molto simile al loro, non aiuta poi affatto.

Credo infine ci sia anche un ostacolo legato all’età anagrafica, che incide profondamente: in generale, qui si tende a fare figli a un’età decisamente più giovane rispetto all’Italia. In media, sono circa 10 anni in anticipo rispetto a noi.
Gli americani che frequento io sono tutti più o meno miei coetanei e perciò sono padri di figli ormai già grandi e quasi indipendenti, che pertanto non ho modo di vedere interagire con i loro papà.
Invece, i padri dei compagni di giochi delle mie figlie sono generalmente molto più giovani di me e questo forse fa sì che il campo di argomenti in comune da poter condividere si restringa ulteriormente.

Dicono che i genitori italiani siano molto più affettuosi e amorevoli degli emuli americani. Questo però li porterebbe ad essere anche particolarmente possessivi e apprensivi, così da creare una prole mammista, bambocciona e poco propensa a cercare la propria indipendenza.
Dicono anche che i genitori americani siano più pratici e focalizzati verso l’unico obiettivo di permettere ai figli di lasciare il nido quanto prima possibile. Questo però porterebbe il genitore americano a sembrare una persona anaffettiva, molto fredda e distaccata nei confronti dei loro pargoli, che crescono così poco abituati a esternare le proprie emozioni e i propri sentimenti.

Lascio agli esperti l’ardua sentenza, psicologi, educatori e insegnanti, su quale dei due sia il modello genitoriale migliore. Io sono solo un papà italiano, che pensa che l’importante, in fondo, è che ognuno faccia bene la sua parte.
Io farò la mia.
E la giocherò meglio che posso.

Voglio però lasciarvi con questo divertente spezzone di un film – americanissimo! – che, nonostante compia 30 anni tondi proprio quest’anno, trovo rimanga sempre molto attuale e universale, riguardo ai sentimenti che tutti noi papà ci troviamo a provare, e alle emozioni contrastanti che nutriamo nei confronti delle nostre amate creature, indipendentemente dalla nostra cultura di appartenenza.
Così, per sorridere e riflettere un po’ allo stesso tempo… della serie: tutto il mondo è paese!

(P.P.)