Più sorrisi per tutti! :-)

Da qualche settimana, a lavoro, sorrido molto più spesso e in modo spontaneo.
Sorrido proprio di gusto.

Il 4 maggio 2020, sono stato nuovamente assunto dalla mia azienda, dopo essere stato messo in ferie forzate, poi licenziato e rimasto a casa per due mesi, a seguito del lockdown.
Fin dal primo giorno della riapertura, ovviamente, ci è stato imposto l’uso, oltreché dei guanti, delle mascherine.

Il 4 maggio 2021, strano scherzo del destino, ho ricevuto la seconda dose di vaccino, cosa che mi ha costretto a letto per un giorno.
Al mio rientro a lavoro, altro strano scherzo del destino: appeso in bacheca, ho trovato questo avviso, rivolto ai nostri clienti:

Dunque, sono tornato a lavorare senza dover indossare la mascherina, grazie all’elevata percentuale di persone vaccinate, sia tra gli impiegati, sia tra i clienti.
È stato raggiunto un limite di sicurezza tale che non risulta più necessario indossarla.
Chi vuole, può continuare a usarla, altrimenti si può lavorare senza.

Il primo giorno mi sentivo nudo. Una sensazione stranissima. Mi ero totalmente assuefatto a sentire il volto parzialmente coperto. Così come mi ero completamente abituato a vedere, delle facce altrui, solo gli occhi.

C’erano colleghi e managers, assunti dopo il lockdown, che quasi stentavano a riconoscerci e guardavano straniti noi della vecchia guardia.
Non che per noi fosse diverso, nei loro confronti. È stato come se ci fossimo davvero incontrati per la prima volta, dopo un anno a stretto contatto di lavoro assieme.

Il giorno dopo, invece,… che liberazione!

Alè con i sorrisi, dispensati a destra e a manca, ai colleghi come ai clienti. A quelli simpatici, come a quelli insopportabili. Senza freni e senza remore.

Sorridere frequentemente è benefico, per me stesso, così come per le persone intorno a me.
Tutto diventa più semplice, più divertente e più proficuo.
Torno a casa meno stanco, più soddisfatto e di buon umore.
Sembrerà stupido, banale, o addirittura retorico, ma credo di aver imparato davvero una lezione importante, che non intendo scordare più.
Chiunque avrà a che fare con me, da ora in poi, dovrà vedersela con i miei sorrisi tenaci e contagiosi.

Venghino signori, venghino!
Regalo sorrisi a tutti, senza distinzione di razza, sesso o religione!

Non cominciate a sentirvi un po’ meglio anche voi?

🙂 🙂 🙂

Uno degli avvisi affissi nelle bacheche della mia azienda.

P.P.


Per QuarKe gestaccio in più

Provate un attimo a fare il numero tre con le dita.
Bene, sappiate che, per gli americani, quello che state mostrando è un… due.
Il pollice non conta. Non esiste. Non è contemplato. Mozzatevelo pure, tanto loro non lo vedono.
Se per chiarire meglio il numero, glielo dici anche a voce, scandendo bene “TRRRIII!” e sbandierandogli in faccia medio, indice e POLLICE, loro ti fissano con lo sguardo di chi pensa di essere vittima di uno scherzo e si domandano se sei capace a contare, mentre tu ti domandi se hanno bisogno di una visita oculistica e subito dopo ti controlli la mano, per essere sicuro di avere ancora un pollice.
Se volete fare un “vero” numero “tre” (3) americano, dovete usare anulare, medio e indice. In tal caso, Il pollice bullizza il povero mignolino, tenendolo bloccato, per evitare che alzi la cresta.
In alternativa, troverete chi usa medio, anulare e mignolo. In questo caso, il pollice se la dovrà vedere con il più ben piazzato indice, da tenere fermo.

Ora, immaginate di trovarvi in un luogo affollato, dove non potete gridare, e di dover attirare l’attenzione di qualcuno distante da voi. Se istintivamente vi viene da mimare lo schiocco delle dita col braccio alzato, non fatelo: per gli americani sareste dei grandissimi maleducati. Si tratta infatti di un gesto molto “rude”, al quale qualcuno particolarmente permaloso potrebbe anche rispondervi:

“COSÌ CI CHIAMI IL TUO CANE!”

Sì, ma stai calmo/a eh.

E allora come si fa?
Niente. Non c’è niente da fare.
Della serie: “… o forse non c’incontreremo mai… ognuno…”
Ma se sentite che la persona che vi sta sfuggendo inesorabilmente potrebbe essere l’amore della vostra vita, allora rischiate, fate gli italiani passionali e altroché schiocco delle dita, mettetevi pure ad abbaiare, se è il caso!
Vi autorizzo io, piuttosto!

Indicare qualcosa o qualcuno con un dito (“to point”) è considerato sconveniente per gli americani, soprattutto se parli della toilette. Che ormai loro rifiutano persino di nominare, tanto che gli uomini la chiamano “men’s room”, le donne “ladies room”. Spesso, è addirittura sostituita con i totalmente asessuati “washroom” e “restroom”, in modo da evitare qualsiasi riferimento allusivo alle pudenda.
Sia mai.
Ma benedetto/a figliolo/a, mi puoi spiegare, di grazia, come posso indicarti dove si trova la toilette se, oltre a non poterla nominare, non posso nemmeno… indicartela???
Sembriamo due mimi che si fissano come loschi figuri, io che cerco di suggerirti la direzione col sopracciglio destro alzato, sforzandomi di tenere le braccia lungo i fianchi, e tu che mi fissi con l’aria di chi sta pensando “che diavolo sta cercando di farmi intendere, con quel suo ammiccare?”
Come giocare a Taboo.
Solo che, se non indovini in tempo, le conseguenze possono essere ben più disastrose di una semplice partita persa.

Sempre a proposito di dita puntate, se volete esprimere soddisfazione per il cibo che state assaggiando, lasciate perdere l’indice puntato e avvitato sulla guancia, accompagnato dall’esclamazione “buooono!”: per gli americani non significa nulla.
Quando vedono qualcosa di appetitoso, loro preferiscono accarezzarsi la pancia con il palmo della mano, solitamente accompagnato dall’esclamazione “yummiii!”

Di contro, gli americani eseguono con estrema disinvoltura un gesto, che per noi è considerato davvero brutto, mentre per loro è invece assolutamente normale, quando non addirittura dotato di connotazione positiva, nel senso che è foriero di buone notizie: il segno del taglio alla gola (“cutting throath gesture”).
A lavoro, per esempio, se il tuo capo ti sta facendo questo gesto col sorriso sulle labbra, ti sta dicendo che te ne puoi andare a casa, che hai finito (“You are cut”), che hai svolto un buon lavoro e ora ti meriti il giusto riposo!
Le prime volte che me lo vedevo fare, pensavo sempre preoccupato: “Oddio, cos’avrò mai combinato ora?!?…”

Ma ecco un altro gesto di cui gli americani fanno un uso smodato:

Photo by Jakob Owens on Unsplash

Qui, ogni tre per due te lo sventolano in faccia. Ha diversi nomi e significati: “Shaka sign” o “Hang loose”, i più comuni. È un segno amichevole, che indica compassione, empatia, solidarietà.
Le sue origini storiche non sono chiarissime, ma, geograficamente parlando, le Hawaii, la California e la Nuova Zelanda ne rivendicano la paternità, forse perché inizialmente la sua diffusione è partita dalle comunità surfiste, di cui i suddetti Paesi rappresentano la culla.

E per quanto riguarda il dito medio?
Nessuna sorpresa: il suo significato è proprio universale!

Photo by Batu Gezer on Unsplash

P.P.

Viviana, cittadina americana!

L’altro giorno, finalmente, ho accompagnato la Vivi alla cerimonia di naturalizzazione.
A causa delle restrizioni anti-Covid eravamo stati preavvisati tramite lettera che purtroppo nessun accompagnatore avrebbe potuto partecipare all’evento.
Sicché, giunti sul luogo dell’appuntamento, ho parcheggiato la macchina sul lato opposto della strada e son rimasto in auto, in attesa che Viviana ritornasse dotata di doppia cittadinanza.

Avevo quasi raggiunto lo stato del Nirvana, quando, all’improvviso, mi sono sentito chiamare a squarciagola:

“PIETROOOO!!! PIETROOOOO!!!”

Era la Vivi.
Nella concitazione del momento, si era portata per sbaglio anche il mio cellulare con sé e aveva scoperto che avevano deciso di far entrare anche i famigliari.
Pertanto, col suo tipico piglio energico, aveva intimato l’alt agli organizzatori e ora, pur di darmi la possibilità di assistere alla cerimonia e pur di avere qualcuno con cui condividere quell’esperienza, era sulle gradinate del palazzo a chiamarmi dall’altra parte della strada.

Sembrava la scena madre di “Rocky“, solo che, invece di Sylvester Stallone che urlava “ADRIANAAAA!!!”, con la voce di Ferruccio Amendola, c’era la Vivi che continuava a urlare il mio nome.

Noi, italiani. Sempre a farci riconoscere. Anche quando siamo in procinto di diventare americani.

Risucchiato di colpo direttamente dal finestrino della mia macchina, mi sono ritrovato in pochi secondi centrifugato in questo edificio, mascherinato, temperaturato, metal-detectorato e ascensorato ai piani alti.
Con buona pace dell’Accademia della Crusca, alla quale, in mia difesa, posso solo dire una parola: “PE-TA-LO-SO”.

Giunto nell’aula della cerimonia, dove stavano aspettando tutti me, ho trovato un auditorium organizzato secondo rigide regole anticovid, con le sedie rigorosamente distanziate a 6 feet l’una dall’altra, i candidati accomodati nelle prime file e… i PARENTI nelle retrovie.

CAROVANE DI PARENTI.
Seppure i naturalizzandi appartenessero a quasi ogni angolo del pianeta, la maggior parte era chiaramente di origini latino-americane, con uno stuolo di famigliari al seguito da far impallidire l’albero genealogico della Famiglia Reale d’Inghilterra.

Per prima cosa, il Pubblico Ufficiale che ha celebrato la cerimonia ha fatto pronunciare all’unisono a tutti i candidati la formula del giuramento.

Il momento del giuramento.

Subito dopo, ha dato il benvenuto ai nuovi U.S. citizens.

Poi, ha esordito con un’affermazione, sottolineando un aspetto che stava accomunando tutti i presenti:

We are a Country of immigrants…

Quindi, con estrema naturalezza, ha raccontato a braccio la storia della sua famiglia, quando quarant’anni prima, ancora bambino, sua nonna è giunta negli USA su un mezzo di trasporto adibito a casa, le cui pareti erano imbottite di carta, per proteggersi dal freddo.
Una storia “truly amazing“, come egli stesso l’ha definita, riflettendo su cosa la gente sia in grado di realizzare quando arriva negli Stati Uniti.
Si è poi detto “so impressed” su quanto le vicende di tutti gli immigrati siano legate da un estremo “courage” nel lasciare il Paese originario per venire a vivere nel loro futuro Paese.
Una storia di “tenacity” – ha proseguito – e “hard work“, come quella di ognuno di voi – ha commentato poi rivolto ai candidati -, che oggi vi ha portati fin qui, a vivere questo momento speciale.
E ha concluso con:

So thank you for letting me the honour to welcome you.

Chapeau. Anzi: hats off.

Applausi, foto di rito, tutti i famigliari a ridere e scherzare a colpi di scoppole dietro la nuca dei neo cittadini, che a momenti festeggiavano a suon di petardi e fischioni, come a Capodanno.
Circondati da quell’allegro baccano, io e la Vivi, soli e abbracciati, a piangere in silenzio.

La Vivi, italo-americana fresca fresca, con… “Vostro Onore” (così lo chiamavan tutti!). N.d.a.: ai naturalizzati, è stato concesso in via eccezionale di farsi fotografare senza mascherine.

Stemperato il trasporto del momento, ci siamo precipitati fuori del palazzo, con una sensazione di leggerezza indescrivibile addosso, tanta voglia di festeggiare e un sorriso a settantordici denti stampato sul viso.
Sorriso che però è appassito man mano che, avvicinandomi alla macchina, i miei occhi hanno agganciato e messo a fuoco la presenza di un pezzettino di carta incastrato tra il tergicristallo e il parabrezza, che, pochi secondi dopo, realizzavo trattavasi di multa per sosta temporanea scaduta.
La mia prima multa in assoluto da quando vivo e guido negli USA.

A me.
Che sto sempre attento a rispettare i limiti di velocità e i divieti di sorpasso persino quando vado a piedi.
Che rallento in prossimità delle strisce pedonali anche se sta per attraversare un’iguana.
Il giorno della cerimonia di naturalizzazione di mia moglie.
Una multa di benvenuto?

Welcome to America, Vivi!

Ho masticato amaro durante tutto il tragitto a casa, ma alla fine me ne son fatto una ragione.
E a chi mi domanda se sia stata una multa particolarmente salata, rispondo sempre che, tutto sommato, la considero la multa più… dolce della mia vita!

P.P.

Italians in Miami

Scorcio di Miami.

Un mercoledì di febbraio siamo dovuti andare tutti al Consolato Generale Italiano di Miami, per rinnovare il passaporto di Corinne.
Tutti tranne la nostra gatta Milù, che ha preferito aspettarci a casa, perché soffre il mal d’auto.

Sbrigato l’appuntamento al mattino, ne abbiamo poi approfittato per visitare un frammento della città, come ci piace fare ogni volta che per qualche motivo capitiamo dalle parti di questa metropoli così vivace e frizzante.

Ora di pranzo. Quando viaggiamo, un solo dogma: provare il cibo locale, che, nel caso di Miami, avrebbe da offrire una vastità di soluzioni pressocché infinita.

Quindi: evitare assolutamente i ristoranti e il cibo italiano.

Detto, fatto: subito dopo il disbrigo della pratica burocratica italica, come dei banditi spudorati, abbiamo assaltato e svaligiato… “Pummaròla”, una piccola pizzeria napoletana, dotata di forno a legna, molto caratteristica. Una minuscola briciola d’Italia verace in terra straniera.

L’interno di “Pummarola”, con la sua vera mezza Fiat 500 appesa al muro e in fondo il forno a legna. In USA, due leggende. Cioè, una leggenda e mezza.

Abbiamo ordinato per undici persone, e acquistato anche prodotti da portare a casa, come scorta.

Così, mi sono accorto all’improvviso di non essere più un forestiero in viaggio all’estero, che deve cercare assolutamente di assaporare le specialità del posto, sicuro che difficilmente potrà tornarci.
Al contrario, semmai, sono diventato un semplice residente floridense, che, se si trova di fronte alla possibilità rara di assaggiare qualche sapore italico, cerca di afferrare quell’unica occasione al volo, perché chissà quando gli ricapita e quanto dovrà aspettare per poter riassaporare una pizza cotta come si deve, con il bordo leggemente bruciacchiato, e sopra gli ingredienti tradizionali originali, come il Prosciutto Crudo di Parma, la Burrata sciolta e le foglie giganti di basilico fresco a sciorinare profumo d’Italia ovunque.
A seguire, pizza fritta, panuozzo e crepes alla Nutella.

Sì, sì, eravamo io, la Vivi e le due piccole pesti.

‘Mbeh?

E, giuro, abbiamo provato un forte senso di gratitudine nei confronti del titolare di quel posto, che ci ha permesso di respirare, dopo tantissimo tempo, l’aria di casa. Non so cosa possa aver pensato di noi, soprattutto dopo che gli abbiamo anche comprato una confezione di… Pan di Stelle. Ancora un po’ e mi infilavo in tasca pure lui.
Vabbè, su, è stato solo un momento di debolezza. La carne è debole, come si dice. La carne del Crudo Di Parma poi, quella è tenerissima.
Può capitare, no?
E del resto, i dogmi sono fatti per essere infranti, no?

Credit: ringrazio l’amica connazionale di Miami, Tiziana, per la dritta! Ciao Tiziana!

Usciti da questo stargate napoletano DOP, abbiamo deciso di avventurarci per un quartiere di Miami chiamato Wynwood, ignari del fatto che stavamo per attraversare un altro incredibile stargate.
Ma questa è un’altra storia, o meglio il prosieguo della stessa storia, foto-raccontata in questo post… FA-VO-LO-SO!
:-p

P.P.

Fotoromanzo a Miami, a caccia di unicorni, tra Mojito e Street Art

Wynwood è un quartiere di Miami, famoso per la Street Art, diffusa lungo i muri degli edifici di tutta la zona, che perciò risulta estremamente variopinta e allegra, anche dal punto di vista dei frequentatori e dei localini caratteristici, sparpagliati tra le vie.

Usciti da “Pummarola“, per accendere la curiosità delle due piccole pesti, ho annunciato: “Ora andiamo a vedere un posto pieno di disegni coloratissimi e gi-gan-te-schi! Grandi quanto delle case!”

“Papà?”

“Sì?”

“Ma ci saranno anche dei disegni di unicorni?” Ha chiesto la più piccola, in profonda Fase Unicorniana Mistica.

“Possibile! Ma potrebbero essere nascosti. Sai che loro sono timidi. Ti va di aiutarmi a cercarli?”

Wynwood ci ha sorpresi oltre ogni nostra immaginazione.
È stato come passeggiare circondati da un’autentica galleria d’arte a cielo aperto.
Da rimanere a bocca spalancata.
Ma lasciamo parlare le immagini, indiscusse protagoniste di questa gita sorprendente: come si fa a non restare incantati, di fronte a muri come questo nella foto qui sotto?

Proseguiamo la nostra camminata alla ricerca di unicorni nebulizzati e ci imbattiamo in questo giardino favoloso, chiamato “Wynwood Walls”:

Ingresso a pagamento, adulti 10 dollari, bambini sotto i 12 anni gratis.
Voci di corridoio ci comunicano che, fino a poco prima del lockdown, l’ingresso era libero.
Noi, nati senza camicia, possiamo comunque affermare che ne stravale la pena, per poter ammirare a pochi centimetri dal vostro nasino opere immense come questa:

O bizzarre, come questa:

Frattanto però, purtroppo, dei leggendari unicorni dipinti a spray, nemmeno l’ombra.
Io e la Vivi ci prendiamo giusto il tempo per riposarci con un bel Mojito, in uno dei tanti locali folcloristici della zona, le piccole pesti con un gelato da Versace, e – per mille tiri liberi! – ci ritroviamo faccia a… facciona con una figura altrettanto leggendaria:

La caccia agli unicorni graffitati prosegue senza sosta, ma tutto quello che riusciamo ad avvistare è solo una pur rarissima zebra unicornata.
O unicorno zebrato?

Fuochino.
E allora di nuovo a caccia: finché non ne troveremo uno, non avremo pace:

Attraversiamo ponti pericolanti, sospesi su cieli e nuvole:

Ancora nulla.
Quando, ad un certo punto, chi ti incrociamo?
Uno street artist, in carne e ossa, colto in flagranza di graffito!

La Piccola Peste Cacciatrice di Unicorni, col suo tipico fare impudente, vorrebbe provare a chiedere al graffitaro se conosce o ha mai avvistato un unicorno colorato a tutta parete.
Audace.

Ma l’artista è molto concentrato nel suo (capo)lavoro. Continua a spruzzare spray. Meglio non interromperlo.

O potrebbe finire per darci una risposta sibillina, tipo vaticinio da oracolo pagano:

Cara bambina,

se cerchi l’unicorno,

trova una panchina

e poi guardati intorno.

“Papà, mamma, sarà questa la panchina?” “Non lo so, prova a chiedere alla signora.” “Ma papà, la signora è solo disegnata!” “D’HO!”

Tempo di tornare a casa.

“Papà, mamma, ma gli unicorni?”

“Ehm, oggi devono essersi nascosti davvero bene, in effetti… però alla fine Wynwood ti è piaciuta lo stesso, no?”

“Yes dad, I love Wynwood, but… Where are the unicorns?…”

“Ti prometto che la prossima volta li troveremo. Adesso sei stanca, vieni, riposiamoci un po’, prima di tornare alla macchina.”
E ci siamo seduti su questa panchina:

P.P.

And the winner is…

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Eccoci qui: la foto in alto ritrae me e mia figlia Micol circondati dalle forze di polizia di Bonita Springs.
Non temete: non si tratta delle conseguenze di quanto raccontato nello scorso post sulla bandiera americana bruciata dalle mie figlie.
Se siamo in questa foto è per tutt’altra ragione, assolutamente encomiabile.
Ma partiamo da questa nota della maestra di Micol, trovata scritta sul suo diario, qualche giorno prima:

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Pare che gli scolaretti fossero stati invitati dal Lee County Sheriff’s Office a realizzare un disegno. Ma non di quelli che abbiamo fatto tutti a scuola, tipo paesaggi col cielo blu e il sole che ride. Si chiedeva loro di disegnare un’invenzione utile per la comunità.
Quisquilie.

“E tu cos’hai disegnato?” Le ho chiesto incuriosito, dopo aver letto la nota.

“Una macchina del tempo, così posso portare nel passato tutti quelli che non credono che i dinosauri si sono estinti e fargli vedere che si sbagliano”.
Ha usato un tono talmente incontrovertibile che stavo per mandarmi in punizione in camera mia da solo.

Complottisti di tutto il mondo, guai a voi. Negazionisti di ogni risma, tremate.

Improvvisamente, mi sono sentito invecchiato, esautorato di colpo dal ruolo di padre. L’ho vista adulta, col camice bianco di Doc Brown in “Ritorno al futuro”. Mi faceva bye bye con la mano, al rallentatore, incamminandosi da sola per la sua strada, verso la mitica DeLorean.
L’ho osservata infine smolecolarizzarsi all’orizzonte, al volante di quell’auto fantastica.

Ho tirato un cazzotto ad una lacrimuccia che avrebbe voluto tanto buttarsi giù dal mio occhio barcollante.

Eh sì che cinque minuti prima ero andato a prenderla a scuola. Al first grade della Bonita Springs Charter School, beninteso, mica al MIT di Boston.
Orgoglio paterno.

Ma bando alle smancerie, passiamo alla cronaca della vicenda, raccontata direttamente dalla protagonista, attraverso questa surreale intervista, come si conviene alle persone che hanno vinto un riconoscimento.
Con l’augurio per lei che sia solo l’inizio di una lunga serie di premi sempre più importanti.
E con l’augurio, per me, di potermi guardare allo specchio in futuro, con altri cento di questi occhi pesti...

P.P.

Un’intervista piccola piccola

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L’avviso di convocazione alla premiazione del contest vinto da Micol.

Una persona impara quanto poco sa, quando suo figlio inizia a fargli domande“. (Richard L. Evans)

Cara figlia mia.
Mi hai reso drammaticamente consapevole della mia crassa ignoranza fin da quando hai cominciato, molto, troppo presto, a pronunciare le tue prime paroline – già accessoriate di congiuntivi perfettamente coniugati – che spesso assumevano la forma di interrogazioni indigeste, che neanche la mia prof di mate al liceo.
Nell’arco di circa sei anni, sei riuscita a ridurre la mia autostima da tuttologo a nullologo e il mio titolo di studio a: Certificato di Nascita.
Pertanto, in occasione del premio che hai vinto a scuola, per un concorso lanciato dal distretto di polizia della nostra città, ho voluto invertire un po’ i ruoli e restituirti con gli interessi questi tuoi sei anni di domande marzulliane.
Ne è scaturita la seguente “intervista”.

IO: Micol, è vero che hai vinto un contest?
MICOL: Sì.
IO: E che cosa bisognava fare per vincerlo?
MICOL: Ehm, disegnare un’invenzione per aiutare la comunità.
IO: E tu che cosa hai disegnato?
MICOL: Un’invenzione che ti porta indietro nel tempo ormai passato.
IO: E perché?
MICOL: Perché alcuni credono che i dinosauri siano ancora qui, vivi, però si nascondono.
IO: E invece?…
MICOL: Sono morti!
IO: Tuttiii???
MICOL: Sì!…
IO: Ma come fai a sapere che esistono delle persone che credono che i dinosauri sono ancora vivi? Chi te lo ha detto?
MICOL: Ehm… l’ho visto in un museo di dinosauri. Però c’erano anche altre persone che pensavano qualcos’altro.
IO: Tipo?
MICOL: Che nessun dinosauro sarebbe stato in grado di superare la seconda elementare.
IO: He-he, beh, questo è possibile, dai! Oppure, ricordi altre strane teorie?
MICOL: No. Però mi ricordo quelle vere.
IO: Cioè? Cosa intendi?
MICOL: Che si sono ammalati.
IO: Di cosa?
MICOL: Non si sa ancora.
IO: Altre teorie vere?
MICOL: Eruzioni vulcaniche e… asteroidi.
IO: Ma che museo era?
MICOL: Il Dinosaur Park! Ci siamo andati insieme questa estate, ricordi?
IO: E quando hai vinto il contest, dove sei andata, per ritirare il premio?
MICOL: Sono andata da Target, con lo sceriffo.
IO: Ma chi ti ci ha portata da Target e dallo sceriffo?
MICOL: Tu, papà!
IO: Ah, ecco. E cosa avete fatto tu e lo sceriffo da Target?
MICOL: Abbiamo comprato un carrello pieno di giocattoli nuovi.
IO: Quali giocattoli?
MICOL: Ok, abbiamo comprato diversi cavalli… due sorpresine… ho comprato qualcosa anche per Corinne…
IO: Anche per Corinne!
MICOL: Sì, quello di Elsa e il Nokk
IO: E perché hai comprato qualcosa anche per Corinne?
MICOL: Perché sapevo che anche lei voleva qualche regalino.
IO: Ma quanto avete speso in tutto???
MICOL: Ehm… duecento dollari.
IO: Uau… E ti è piaciuta questa esperienza?
MICOL: Sì.
IO: Micky, grazie per questa intervista, congratulazioni per il premio, ti auguro di poterne vincere tantissimi altri!
MICOL: Grazie…

La osservo allontanarsi da me, divertita dall’intervista.
La disinvoltura con la quale mi ha raccontato questa esperienza, e con la quale si è accomiatata da me, mi fa pensare che per lei tutto questo sia già parte di un “tempo ormai passato”, oserei dire giurassico.
Resto a riflettere, in compagnia dei dinosauri, a come, in fondo, non abbiamo molta scelta: per approdare a qualsiasi tipo di traguardo, non ci resta che cercare sempre di vivere la miglior vita possibile, come sanno fare così bene i bambini, senza starci a pensare troppo su.
Non è semplice, certo, ma vale comunque la pena provarci.

P.P.

Bye bye bandiera, addio

Consueto ritrovo settimanale con i Boy Scouts. Ho accompagnato le due piccole pesti. Gli scouts più grandicelli issano una bandiera americana sul pennone, in formale silenzio.
Poi, intorno all’immancabile braciere acceso, il capo scout prende la parola e inizia a interrogare i bambini, con estrema nonchalance:

All right guys, can you tell me why and when we burn the flag?

All’inizio, mi pare di non aver capito bene. Uno di quei momenti in cui mi convinco di padroneggiare poco l’inglese.
Staranno parlando di una variante del gioco “Rubabandiera”, penso.

We burn the flag when it’s dirty, ruined, or too old.” Risponde uno dei lupetti, quello con l’aria di chi la sa più lunga di tutti.

Continuo a non capire. Uno di quei momenti in cui mi convinco di non padroneggiare affatto l’inglese. Mi guardo intorno per vedere le reazioni degli altri genitori. Sembra tutto regolare.
Ora srotolano una bandiera con la scritta “SEI SU SCHERZI A PARTE, PIETRO!”, penso.

Il capo scout completa la risposta del lupetto, spiegando con tono didattico che la bandiera si brucia quando viene ritirata per sempre (“retiring flag“), perché ha finito di svolgere il proprio onorato servizio (“it’s out of duty“), così viene dismessa (“flag dismissal“).

Sono sempre più incredulo. Uno di quei momenti in cui mi convinco di non capirci un’acca.
Saranno tutti impazziti, penso.

Il capo scout comincia a distribuire vecchie bandiere americane a tutti i bambini. Come caramelle. Sono tutte davvero malridotte, strappate, bucate, tagliuzzate, macchiate, maleodoranti, esauste. Inutilizzabili.
Ma pur sempre bandiere.

American flags to be retired

Il contenitore di vecchie bandiere americane da dismettere.

Rimango ad osservare in silenzio le mie due figlie che, divertite, gettano a turno il proprio drappo a stelle e strisce nel braciere.
La mia mandibola rotolata fin laggiù.

Tornato a casa, esordisco davanti alla faccia interrogativa di mia moglie con:

“Cara, tutto ok, io e le bimbe siamo solo andati un attimo a delinquere!”

e la scanso con lo sguardo basso, come fossi appena rientrato da un meeting clandestino del KKK.
Senza rivelarle che ho appena scoperto che abbiamo iscritto le piccole pesti ad una setta deviata dei Boy Scouts, corro a googlare: “Vilipendio alla bandiera“.
Atterro fatalmente su Wikipedia, dove mi salta subito all’occhio un paragrafo intitolato “Stati che NON prevedono il vilipendio alla bandiera come reato”. Non trovo gli USA.
La Cina viene citata tra gli Stati con le pene più punitive. L’Italia non scherza nemmeno.
Poi, l’occhio mi cade su un paragrafo a parte, intitolato proprio solo “Stati Uniti“:

La Corte Suprema nel 1989 e nel 1990 ha stabilito che è contrario al primo emendamento proibire di bruciare una bandiera in quanto libertà di espressione.”

Primo emendamento della Costituzione USA, libertà della manifestazione di pensiero: devo imparare a ricordarmi che ogni volta che accade qualcosa di incompresibile alla mia mente europea, nove volte su dieci c’è di mezzo il primo emendamento USA. Se voglio capire gli americani, il primo emendamento è sempre lì, come un bignami, pronto a spiegarmi le apparenti contraddizioni di questo popolo.

Il paragrafo chiude poi con: “Il codice federale sulla bandiera (United States Flag Code capitolo quarto dello United States Code) dispone che una bandiera rovinata deve essere dismessa dignitosamente o, se non è possibile diversamente, bruciata.

Raccolgo finalmente la mia mandibola da terra, sollevato dal fatto che 1) sono ancora un cittadino onesto, 2) le due piccole pesti possono continuare a frequentare quei burloni dei Boy Scouts americani, 3) tutto sommato, non me la cavo poi così male con l’inglese.

No?

P.P.

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(Corinne, 5 anni: “Papà, ti piace?” Io: “Certo! Ehm, cos’è?” Corinne: “Ehm, quando «brucevamo» la bandiera!” Io: “Ah. Tu e Micol?” Corinne: “No papà, quella viola sono io e quello rosso sei tu!” Santa innocenza…)

 

Vita all’ombra di una palma

Life is better under a palm tree

Da queste parti si usa dire: “life is better under a palm tree!

A me, che ho vissuto quarant’anni nella Pianura Padana, la prima volta che ho sentito dire questa frase,
è venuto spontaneo pensare: “Ma dai? Questa poi! Meno male che me lo hai fatto notare tu, grazie mille! E quand’è che scopriamo l’America, invece? Ehi, un momento, l’acqua calda esiste già e nessuno mi ha avvisato???”

Poi, con gli anni, ho capito che questo detto non è così scontato come si potrebbe credere, soprattutto per chi qui ci vive da sempre.

A circa un anno di distanza dall’acquisto della mia casa, l’uragano Irma si è portato via l’intera recinzione del giardino, per danni di diverse migliaia di dollari.

“Life is better under a palm tree!“, mi ha detto il vicino per rincuorarmi, sentendomi imprecare per non aver ricevuto alcun rimborso dalla compagnia assicuratrice che ogni anno sono obbligato a pagare per la casa (un salasso).

È un motto che infonde coraggio quando le cose vanno storte, perché, ebbene ora vi svelo un segreto – questo davvero ovvio – anche in un posto paradisiaco come viene spesso dipinta la Florida, le cose possono andare male, a volte malissimo.

“Life is better under a palm tree!“, ha esclamato un amico floridense, quando è arrivata la pandemia e siamo rimasti tutti a casa disoccupati per due mesi.

Questa frase è di conforto, perché ricorda ai locali che, per circa trecentosessantacinque giorni all’anno, avere la possibilità di poter andare anche solo un’oretta a rilassarsi un po’ in spiaggia e ricaricarsi per affrontare la tempesta del momento, in fondo è un piccolo asso nella manica che può cambiare le sorti di una partita complessa e apparentemente compromessa.

“Life is better under a palm tree!“, mi ha consolato la dottoressa, vedendomi affranto per l’ennesima polmonite di mia figlia Corinne.

In Florida o in Valle di Susa, ciascuno ha comunque i propri piccoli e grandi ostacoli da superare, fasi buie da rischiarare e battaglie da vincere.

L’importante è tenere sempre duro e godersi poi gli attimi in cui la danza della vita torna a scaldarci il cuore con i suoi passi dolci e leggeri: a quel punto, approfittatene per ballare lasciandovi guidare da lei.
All’inizio potrà spaventarvi, ma tranquilli, prendete un bel respiro: state solo per rinascere.

P.P.

“Il sole e la palma”, per gentile concessione di Corinne (5 anni).