L’uragano Ian

Bonita Springs – “L’autografo di Ian”

Decidere di restare a casa propria, quando sai che sta per passare un uragano dalle tue parti, può essere considerata una scelta ponderata solo in casi particolari.
In linea di massima, se sussiste anche una sola delle seguenti condizioni, non pensateci due volte: EVACUATE.

  1. C’è uno sceriffo davanti al vostro portone, che vi sta intimando di lasciare la vostra abitazione prima possibile.
  2. Vi trovate esattamente in corrispondenza della rotta dell’uragano.
  3. La vostra casa è situata in prossimità della costa, vicino alle spiagge, o sul lungomare.
    Oppure, l’abitazione si trova distante dalla costa, ma è in una zona considerata a rischio “flooding” (allagamento), magari perché nei pressi di laghi, fiumi, canali o anche solo in un’area depressa: non c’è edificio, ancorché costruito con sistemi anti-uragano, che possa fermare l’acqua.
  4. La casa NON è costruita con criteri anti-uragano. Una casa è anti-uragano quando le mura sono fatte in cemento e/o mattoni, mentre il tetto è in metallo (“metal roof”), o, se in legno, è fissato con viterie speciali. Consultate i documenti della vostra abitazione, se non siete sicuri. Inoltre, essa deve essere dotata di shutters da montare a protezione delle finestre, generalmente costituiti da pannelli metallici, o di vetri anti-uragano.
  5. Uno dei membri della famiglia, compresi eventuali animali, soffre di attacchi di ansia, panico, claustrofobia, paura del buio.
  6. In casa, manca l’occorrente indispensabile per sopportare i numerosi disagi che si dovranno affrontare durante e dopo il passaggio dell’uragano.

Ovvero:

  • un generatore, per sopperire alla mancanza di luce, che sicuramente salterà e non si sa quando potrà essere ripristinata. Si rimarrà al buio anche di giorno, a causa degli shutters, che oscurano tutte le finestre e gli ingressi.
  • Candele, accendini e torce a pile, meglio se frontali, perché durante l’uragano non potrete usare comunque il generatore.
  • Qualche tanica piena di benzina, per poter alimentare il generatore. Serviranno diversi galloni di carburante.
  • Ciabatte elettriche e prolunghe, da collegare al generatore e ai vari punti luce della casa. Più esse saranno lunghe, meglio sarà.
  • Cellulari e computer carichi al cento per cento, prima dell’arrivo dell’uragano, perché non saprete quando avrete di nuovo la possibilità di ricaricarli e durante e dopo l’uragano il cellulare potrebbe rimanere l’unico modo per comunicare con il mondo esterno, quindi razionatene l’uso solo per ragioni essenziali. Anche il WI-FI, mancando la luce, non sarà disponibile.
  • Fornellino da campeggio. O, se avete già un barbecue a gas, bombole di scorta, mentre, se va a legna, sacchi di carbonella o legna, da stoccare in un posto asciutto. I fornelli delle cucine americane sono elettrici e non potranno essere utilizzati nemmeno con il generatore, perché richiedono troppa potenza. Il generatore, uno mediamente buono, è in grado di alimentare il frigo con il freezer, il microonde, la TV, le lampade a terra o le abat-jours, i ventilatori e le ricariche dei vari device, tipo i telefonini. Non c’è modo di alimentare il boiler, o l’aria condizionata centralizzata.
  • Scorte di cibo in scatola.
  • Scorta di acqua potabile. In alcune zone potrebbe essere emanata l’ordinanza di divieto di utilizzo dell’acqua dei rubinetti, per bere, mangiare o anche solo lavarsi i denti, a causa delle tubature della rete fognaria e idrica danneggiate e inquinate.
  • Scorte di cibo per i vostri animali domestici e accessori annessi, tipo sabbia per lettiere, ecc.

La fredda cronaca

Fino a quarantotto ore dal suo arrivo in Florida, la maggior parte dei media specializzati in previsioni meteo riferiva l’uragano Ian diretto verso la baia di Tampa, che dista oltre due ore di macchina da noi.
Stiamo parlando di circa 150 miglia di distanza, ossia 240 chilometri, l’equivalente del tragitto che separa Torino da Parma, per intenderci.
Facile dunque immaginare che, se a un torinese dicessero che su Parma sta per abbattersi un uragano categoria 4, proveniente da sud e diretto a nord, costui tirerebbe un sospiro di sollievo, magari si lascerebbe andare a qualche esclamazione tipo “Parla-pà!😮”, e tuttalpiù si aspetterebbe tanta pioggia in arrivo dalle sue parti, ma non è nemmeno detto.

Nonostante le notizie ufficiali che fino a quel momento ci consideravano appena fuori dalla zona pericolosa, abbiamo subito preso sul serio con largo anticipo gli avvisi delle autorità, che invitavano a prepararsi.
Inizialmente, prima ancora che le previsioni indicassero la baia di Tampa come landfall, eravamo orientati a evacuare comunque, dato che l’unica cosa certa che si sapeva era che l’uragano sarebbe presumibilmente transitato dalle nostre parti, anche se non si sapeva ancora bene dove di preciso.
Abbiamo dunque preparato qualche valigia con gli effetti personali, messo il pieno nella macchina e terminato di montare tutti gli shutters attorno alla casa.

Abbiamo cercato di individuare una possibile località dove dirigerci e cominciato a cercare dei motel liberi nelle date in cui era previsto l’arrivo dell’uragno.
Ma, dato che non si sapeva ancora con certezza il tracciato esatto di Ian e quindi la direzione che avrebbe mantenuto dopo il passaggio sulle nostre coste, è risultato inutile ogni tentativo di individuare un luogo a nord della Florida che non fosse a rischio.
Nel frattempo, abbiamo preparato tutti i documenti da portare con noi e messo al sicuro e all’asciutto i documenti della casa. Ci siamo assicurati di avere con noi del contante sufficiente, in base alle raccomandazioni delle autorità governative: non fate affidamento alle carte di credito o di debito, perché, senza corrente, non funzioneranno.

Man mano che le ore trascorrevano, giungevano notizie sempre più certe e ufficiali sul punto di impatto dell’uragano.
Come detto, a sentir dire la maggior parte dei canali di informazione, Ian sarebbe andato a sbattere su Tampa, cioè molto più a nord di dove abitiamo noi.
Sembrava che saremmo stati a malapena sfiorati dall’uragano.
Ci aspettavamo solo tanta pioggia per diverse ore.

Salire su una macchina stipata all’inverosimile, con tanto di gatta inviperita nella gabbietta, promiscua tutto il tempo con i pesci rossi che dall’acquario le facevano il gesto della pinna ci suonava sempre meno sensato.
Guidare senza sapere bene verso dove dirigerci, per chissà quante miglia, rischiando di trovarci imbottigliati in autostrade sature di auto in colonna e in fuga sotto la pioggia e con le stazioni di servizio chiuse per esaurimento carburante ci sembrava ancor meno allettante.

Rinunciammo al piano di evacuazione A e optammo per il piano di evacuazione B: gli shelter di zona, nel caso le cose si fossero messe male.
Abbiamo cominciato a informarci in tal senso. Ci siamo procurati un paio di numeri di telefono e abbiamo provato a contattare le strutture per sapere se c’erano posti, se accettavano animali domestici e cosa occorreva portare con sé.

Mercoledì 28 settembre 2022

La data prevista di arrivo di Ian sulle coste della Florida, mercoledì 28 settembre, fu certa già due giorni prima: il mattino di lunedì 26 la nostra contea aveva annunciato che dal giorno successivo tutte le scuole sarebbero rimaste chiuse.
Per quanto riguarda la mia azienda, ci fu comunicato che si richiedeva la presenza di tutto lo staff di turno ancora per il martedì mattina, in modo da aiutare a mettere in sicurezza tutti i locali, dopodiché chiusura fino a nuovo ordine.

Il martedì mattina, proprio poco prima di partire per recarmi a lavoro, venivo raggiunto da una telefonata del mio capo, che mi invitava a non presentarmi, causa chiusura anticipata di un giorno.
Anche se questa notizia non presagiva nulla di buono, ne ho approfittato per organizzare le ultime cose e finire di mettere in sicurezza la casa.

A sentire gli ultimi aggiornamenti, Ian aveva cambiato improvvisamente rotta e, invece che passare da Tampa, sarebbe approdato ben prima e più a sud, ossia su Port Charlotte, una località poco più a Nord di Fort Myers, che è il centro più grosso della nostra zona e dista solo mezzora di auto da noi. Bonita Springs risultava dunque ora interessata direttamente dal passaggio dell’uragano, anche se ai margini del cosiddetto “eyewall”.

Matt Devitt WINK Weather Facebook Page. Il tracciato dell’uragano Ian.

Non aveva senso scappare verso nord, anzi sarebbe risultato ben più rischioso avventurarsi in macchina.
All’epoca di Irma, che impattò proprio su Naples e Bonita, non subimmo danni rilevanti, a parte la staccionata abbattuta.

Perciò, ed essendo false per noi tutte le condizioni elencate all’inizio di questo post, abbiamo scelto di rimanere in casa, come del resto hanno fatto quasi tutti i vicini della nostra via.

Non è stata una passeggiata, tutt’altro.
La casa ha retto bene, certo, ma siamo rimasti al buio per ore, con la sensazione di essere rinchiusi in un bunker, senza poter vedere nulla di quanto stava succedendo intorno a noi.
Isolati da tutto, sentivamo solo rumori sinistri di pezzi di mondo che andavano in frantumi, accompagnati da tremende raffiche di vento furioso.
Una giornata interminabile, durante la quale io e la Vivi abbiamo dovuto dirigere i nostri sforzi nel tentativo di distrarre le nostre bimbe, con attività ludiche di ogni tipo, il tutto rigorosamente a lume di candela.

Verso sera, capito che il peggio era passato, siamo usciti in strada a controllare che non fossimo circondati dall’acqua.
Intorno a noi, solo i segni dello sfacelo lasciati da Ian.

Per circa una settimana, siamo andati avanti con un generatore recuperato fortuitamente grazie al nostro vicino di casa, e cucinando tutti gli alimenti possibili sul nostro barbecue in giardino, compreso il caffè.

Poi, la luce è tornata, ma abbiamo continuato ad avere problemi con internet per tutto il mese e le scuole hanno riaperto dopo tre settimane, anche perché molte erano occupate dai rifugiati senzatetto.

Chi abitava in case di legno, che ahimè è ancora un tipo di abitazione molto diffusa in queste zone, ha perso tutto.

Il tetto della casa in legno di una mia conoscente, compagna di fede buddista, che sono andato ad aiutare insieme ad altri volontari, qualche giorno dopo l’uragano.

La prima cosa che fanno quasi tutti, spontaneamente, subito dopo aver verificato di essere salvi e non aver ricevuto danni, è cercare chi ha bisogno di aiuto e andarlo a soccorrere, chiamando i rinforzi.
La popolazione si è mobilitata in ogni modo possibile, con qualsiasi mezzo e risorsa per ricompattarsi e tornare quanto prima alla normalità.
Normalità che non sarà facile da raggiungere, almeno nel breve periodo, poiché pare ci vorrà circa un anno e mezzo per ripristinare ogni cosa, o quasi.

Nel frattempo, tiriamoci su le maniche e ripartiamo a testa bassa, con fiducia e determinazione, senza dimenticare mai la lezione lasciata da Ian, l’ennesima: con le forze della natura non si scherza.

La nostra mitica squadra di volontari!

(P.P.)

Il clima in Florida

Quando mi domandano com’è il clima della Florida, comincio sempre col dire che è estate tutto l’anno, pur sapendo perfettamente che dopo qualche frase mi contraddirò in modo clamoroso, per poi ri-smentirmi e contro-contraddirmi ulteriormente nelle dichiarazioni successive.

Innanzi tutto, cosa si intende, esattamente, con l’espressione “estate tutto l’anno”?

Diverse cose.

Per esempio: in Florida, le piante e gli alberi sono sempre verdi; anche se alcuni perdono le foglie, non rimangono mai completamente spogli e possono anche fiorire più volte in un anno.

Oppure: anche nei mesi più “freddi”, come gennaio e dicembre, nell’arco della singola giornata, si può raggiungere un picco della temperatura di 30 gradi, di solito nelle prime ore del pomeriggio.

Inoltre, raramente le temperature minime scendono sotto i 10 gradi, direi non più di sette giorni l’anno, ma comunque senza mai arrivare a 0. Se succede, o se è accaduto in passato, si è trattato di un evento eccezionale, come la pioggia nel Sahara.

Per annebbiarvi ancora più le idee, aggiungo che, da fine novembre a fine febbraio (il nostro inverno convenzionale), si può andare tranquillamente in spiaggia; quasi tutti i floridensi lo fanno, ma prevalentemente per prendere il sole, che scotta (ahi se scotta, portatevi sempre con voi una crema protettiva, anche se avete la carnagione olivastra! Meglio avere la 50, almeno!), mentre sono pochi i valorosi che si addentrano in mare, perché l’acqua è solitamente fredda, soprattutto al mattino.
C’è chi, come il sottoscritto, il bagno è riuscito a farselo lo stesso, anche sotto Natale. Questo non perché sono un masochista, o uno di quegli iron men, che per sfida si gettano ogni anno nelle acque gelide del Po, in pieno inverno.
Neanche sotto tortura.
Nemmeno se mi pagassero.
Vabbè, dai, dipende dalla somma.
Sto parlando di un freddo relativo: anche in Italia, per esempio, nel Mar Mediterraneo può capitare che qualche giorno d’estate l’acqua sia così fredda che in pochi abbiano voglia di entrarvi. Qui succede la stessa cosa, ma d’inverno.
Mentre d’estate, in mare, ci potete calare direttamente gli spaghetti, anche perché l’acqua è già salata.

Altra distinzione da evidenziare: la parte di costa della Florida dove siamo noi è denominata Southwest Florida e si affaccia sul Golfo del Messico; è pertanto contraddistinta da un mare più chiuso, quindi più calmo e quindi tendenzialmente più tiepido rispetto alla costa lambita dall’oceano Atlantico, su cui per esempio si trova Miami.

Insomma, ma se allora in Florida fa praticamente sempre caldo, cos’è che cambia?

Una sola cosa. Un’unica, malefica, maledetta, schifosissima, appiccicosissima cosa.

L’UMIDITÀ 🥵

Tacci sua.
Che solo al pensiero, inizio a grondare sudore persino dai capelli e sulle unghie.
Messaggio per tutti gli amanti della sauna: da giugno a settembre, in Florida siete i benvenuti e sarete accolti da un’afa autentica e genuina, l’aria sarà pervasa al 90% da un’umidità che vi accompagnerà incessantemente durante tutto l’arco della giornata, non appena metterete piede fuori da qualsiasi locale climatizzato. Reazione istantanea garantita: sensazione immediata di soffocamento e vestiti da strizzare, appena cinque secondi dopo essere usciti di casa.
Tutto gratis!

Insomma, ma allora che tempo fa in Florida?

Bella domanda.
Secondo me non avrebbe saputo rispondervi neanche il mitico Piero Angela.

Infatti, non è un caso se sui social media sono diffusi una infinità di meme virali sul clima della Florida, come questi qui sotto:

Non è uno scherzo, in realtà: una volta, ho chiamato mia zia, che abita a poche miglia da me, per dirle che non saremmo potuti venire da lei a fare il bagno in piscina.

“Perché?” Ha chiesto lei delusa.

“Come perché? Con questo tempo?” Le ho risposto io, guardando sconfortato la tempesta tropicale che stava imperversando fuori della mia finestra. I tronchi delle palme, invece che essere verticali, erano orizzontali.

“Quale tempo? Guarda che qui c’è il sole! It’s sunny!” Ha risposto lei stupita.
Dieci minuti dopo eravamo da lei spaparanzati a bordo piscina, ad arrostirci le spalle in costume da bagno.

Vi ho confuso abbastanza?

Va bene, tanto immagino che la vostra curiosità sia dovuta solo al fatto che volete venire qui in vacanza, per un periodo di tempo limitato.
Allora lasciate perdere tutte ste corbellerie.
Se potete scegliere, personalmente vi consiglio di venire a visitare la Florida durante le mezze stagioni, ossia l’autunno (ottobre-novembre), o la primavera (marzo-maggio), anche se pure trascorrere un Capodanno in maniche corte, con le palme addobbate di luci natalizie, è un’esperienza affascinante.
In ogni caso, qualunque periodo scegliate, in valigia, potete fare che mettere costume da bagno, biancheria intima, fantasmini, canottiere e magliette a volontà, pantaloncini corti, un paio di jeans lunghi, un paio di infradito, occhiali e cappello da sole.
E sarete a posto.
Ah, ovviamente non dimenticate lo spazzolino da denti!!!

Perfetto, dalla Southwest Florida è tutto, direi.
Come sarebbe a dire che è tutto, non hai accennato minimamente alla stagione degli uragani, direte voi.

Ecco, qui si apre un capitolo mooolto… turbolento: l’argomento è troppo vasto e disseminato di fattori talmente imprevedibili e imponderabili, che quando i meteorologi descrivono il percorso e la direzione di un uragano in arrivo, sembra stiano parlando della pallina di un flipper, o di una trottola impazzita.
Pertanto, esso merita un post a sé. Un post di ordinaria follia, che affronterò prossimamente con la mia consueta severità intellettuale.

Ora devo proprio scappare, perché – combinazione! – pare proprio che l’uragano Ian abbia intenzione di passare sopra la mia testa e in questi casi c’è poco da dire, occorre prepararsi, mantenendo la calma e senza farsi prendere dal panico.

A presto (spero!)

(P.P.)


Si fa per dire

Photo by Annie Spratt on Unsplash

Easy!

Per affermare che una determinata cosa è molto semplice, gli americani spesso esclamano: It’s a piece of cake!”, che letteralmente sarebbe “È una fetta di torta”, ossia il nostro “È un gioco da ragazzi”.
Evidentemente, per loro, mangiare un pezzo di torta è facile come lo è per noi “bere un bicchier d’acqua”.

Homer Simpson va all’inferno.

Condivisibile, in linea di principio.
Ma forse non avete mai assaggiato una torta di compleanno americana, di quelle che al primo boccone vi rimane un calco incastonato sotto al palato e la glicemia vi arriva a 100 punti da 0 a 10 secondi.
Io, ormai, appena mi si avvicina la mamma del festeggiato col piatto pieno di torta, approfitto della confusione e ringrazio con un sorriso, dicendo che la mia fetta, deliziosa, l’ho già mangiata tutta e alzo al cielo il mio bicchiere, per far vedere che brindo al festeggiato tutto soddisfatto!
E poi bevo tutto d’un fiato, un bicchiere contenente acqua.
Finora ha sempre funzionato, è facile, it’s a piece of
Ah no.

Good luck!

Se un caro amico americano, prima di recarvi ad un colloquio di lavoro, vi urla: Break your leg!”, non affrontatelo a muso duro, per cercare di spaccarglielo.
Vi sta solo augurando un in bocca al lupo, solo un po’ più spettacolare e truculento, come piace a loro, del resto.

Peace and love

Per lo stesso motivo, il nostro “Ambasciator non porta pena”, che sembra quasi richiamare l’alto lirismo del Dolce Stilnovo, per loro è diventato “Don’t kill the messenger”, più vicino ai gusti degli inventori del genere pulp.

No shoes, no party

Per provare a immedesimarci in qualcun altro, noi siamo soliti “metterci nei panni altrui”, mentre agli americani è sufficiente “to be in someone’s shoes”.
In effetti, basterebbero le scarpe.
Infatti, per coerenza, loro dicono anche “It’s another pair of shoes”, quando noi diciamo invece che “è un altro paio di maniche”, per non mescolare due situazioni che sono come… il diavolo e l’acqua santa.
Feticismo per le scarpe? Forse, ma noi di contro dimostriamo di essere intrisi di cultura religiosa, dato che, alterniamo l’uso de “il diavolo e l’acqua santa” con l’equivalente “non mischiamo il sacro con il profano”.

L’Arca di Babele

Buffo: l’italiano “Siamo tutti sulla stessa barca” è identico all’inglese “We are all on the same boat”.
L’ho sentito ripetere spesso durante la pandemia del Coronavirus e il lockdown del 2020.
Chissà in quante altre lingue del mondo esiste?
E se fosse universale?
Non basterebbe un transatlantico.

Scommettiamo?

Invece, riguardo all’espressione It’s a win-win, non riesco a trovare un corrispettivo italiano.
Viene usata per descrivere quelle situazioni future, il cui esito si prevede sarà sicuramente positivo per ciascuna delle parti in causa.
Una scommessa vinta in partenza, insomma, dove a guadagnarci saranno tutti i partecipanti alla sfida.
Della serie: “comunque vada, sarà un successo!”

All you need is love

L’affermazione romantica “I love you to the moon and back!”, pronunciatela solo se siete sicuri di trovarvi davanti a una persona davvero speciale.
Potrebbe essere la moglie, il marito, il fidanzato, la fidanzata, i vostri figli o i vostri genitori.
Oddio, se siete degli inguaribili seduttori, va bene anche l’amante, liberissimi di farlo, ma sappiate che significa qualcosa come: “Ti amo più di ogni altra cosa!”, quindi dopo saranno tutti cavoli vostri, cari rubacuori da strapazzo.

E=mc2?

Da tempo, si è diffusa anche in Italia la formula “H24”, per indicare quelle attività che non chiudono mai durante l’arco della giornata.
Ma non credo che sia ancora arrivata questa, che invece ormai spopola in USA: “24/7”, o “twentyfour-seven”, che, oltre al concetto precedente, include il fatto che quelle attività sono continuative anche durante l’intera settimana, sette giorni su sette.
Se in futuro cominceremo a considerare anche le unità mese e anno, a parte che finiremo dritti alla neuro, ma temo dovremo iniziare anche a parlare usando le parentesi quadre e graffe, per poter esprimere altrettanto sinteticamente concetti del tipo che lavoriamoh24-7giornisu7-12mesiall’anno-tranneibisestili=52settimane-e porto30giorni-di28cenèuno.

I consigli dello zio Tom

Con “If life gives you lemons, make lemonade”, gli americani ci suggeriscono di cercare di trasformare in meglio quello che abbiamo a disposizione in quel dato momento della nostra vita. Un invito a vedere il lato positivo delle cose e a essere pratici, senza perderci troppo nell’autocommiserazione.
Potrei dire che questo sia uno dei proverbi americani che meglio incarnano lo spirito del popolo statunitense.
Di una ovvietà disarmante, ma sempre utile da tenere a mente. Di solito, ce ne dimentichiamo proprio quando ne abbiamo maggiormente bisogno.
Quasi quasi lo annoto su un post-it e me lo attacco sul cruscotto dell’auto.

Alla Fiera dell’Est, per due soldi…

Se, a conclusione di una lunga spiegazione tecnica, che potrebbe avervi confuso le idee ancora più di prima, il vostro interlocutore conclude con: “And now, my two cents”, non vi sta offrendo veramente dei soldi.
Intende solo darvi la sua umile opinione, o un piccolo consiglio, in merito a quanto spiegato prima, per aiutarvi a prendere una decisione più sensata possibile.

Siciliano, sono.

E ora, il colpo di scena finale.
Ho trasecolato, il giorno in cui il mio capo mi si è rivolto con il seguente proverbio: “Better to be safe, than say sorry”.
È un motto che invita alla prudenza, come spiega anche Oxford Languages di Google: “it’s wiser to be cautious than to be hasty or rash and so do something you may later regret”.
Cioè, è più saggio adottare cautela che essere avventati e fare qualcosa di cui ti potresti poi pentire.
Beh, mio nonno e mio padre, siciliani veraci, non hanno fatto altro che ripetermi in dialetto questo vecchio saggio: “Megghiu diri «chi sàcciu», chi diri «chi sapìa»”.
Non notate qualche sottile somiglianza?
Traduzione letterale in italiano: “Meglio dire «che ne so», che dire «che ne sapevo»”. Ma in italiano non l’ho mai sentito dire da nessuno, né ho trovato una corrispondenza con qualche altro proverbio nazionale.
Mi viene in mente solo il famoso: “Meglio prevenire che curare”. Hmmm.
Comunque, ora sapete chi devo ringraziare per tutte le mie nevrosi e perché, quando devo poggiare il piede su una mattonella nuova, prima convoco sempre un’impresa edilizia per testarne la stabilità.

Aiuto, help me, S.O.S.

Prima dei saluti, son qui a chiedervi un aiuto, o consulenza, o consiglio.
Da quando vivo qui, non sono ancora riuscito a tradurre l’epressione italiana “fare una figuraccia”, o “che brutta figura!”
Ho provato anche a chiedere ai locali, ma non capiscono cosa intenda dire. Non sanno come aiutarmi e non trovano un modo corrispondente per descrivere una situazione come quelle che noi definiamo come “brutta figura”, nonostante abbia loro descritto diverse circostanze, anche realmente accadute a personaggi famosi americani. Sembra proprio non capiscano cosa intendo, come se per loro non esistesse affatto una situazione da “figuraccia”.
Che c’è?
No, perché vedo già qualcuno ridere sotto i baffi, immaginandomi fare brutte figure quotidiane, qui.
In realtà, chiedevo solo per un amico.

E voi?
Conoscete altri modi di dire in American English?
O ritenete che vi sia qualche inesattezza in quelli che ho riportato io?

Provate a correggermi nei commenti qui sotto e cercherò di insult… rispondere a tutti.
Vabbè, proprio tutti tutti, magari no… si fa per dire!

(P.P.)

Notte noir americana – SECONDO TEMPO

Cari lettori, se siete capitati qui senza aver letto il primo tempo di questa storia vera, potete trovare la prima parte visitando questo link. Se invece siete di corsa, qui sotto trovate un breve riepilogo.

Riassunto di “Notte noir americana – PRIMO TEMPO”

Con chi aveva conversato al telefono, nel suo lanai, quella notte di mezza estate, ininterrottamente per ore, la mia vicina di casa, senza farci dormire?
Inoltre: un’ombra ignota stava ora bussando con insistenza alla finestra della nostra camera da letto, ormai da troppi minuti.
Chi poteva mai essere?
E che accidenti è un lanai?!?

SECONDO TEMPO

La cara vicina non aveva gradito la visita dello sceriffo.
Attaccata alla nostra finestra, picchiava con foga sul vetro, rivolgendoci insulti e minacce poco comprensibili.

Era uscita dal suo lanai, aveva attraversato il suo giardino, varcato la nostra proprietà e ora si trovava nel nostro giardino. Il tempo di capire tutto questo, alzarmi tutto offuscato, vestirmi e uscire dalla porta che dà sul mio backyard per andarle incontro e strozzarla a mani nude, e lei era sparita.

Come se avessi sognato.
Rientrai e tornai a letto.

Erano le due.

Riprovammo ad assopirci.
Ritornammo a sentir bussare alla finestra.
Richiamammo lo sceriffo.

Fu quello il mio primo incontro ravvicinato con le forze dell’ordine americane, in due anni di residenza in USA.

Invitammo lo sceriffo ad accomodarsi in salotto, come fosse l’ora del the.
Declinò gentilmente la nostra proposta, preferendo rimanere in piedi vicino all’ingresso.
Gli spiegammo che, a seguito del suo primo intervento, la signora aveva cominciato a molestarci, insultando e bussando ripetutamente alla finestra della nostra camera da letto.
La sua espressione sembrava oscillare tra lo scetticismo per quel racconto assurdo e l’indecisione sul da farsi, dato che non vi era alcuna traccia concreta di quanto riportato da noi: ora, fuori, tutto sembrava tacere nel silenzio più assoluto.

Silenzio più assoluto che, improvvisamente, fu interrotto proprio mentre stavo ribadendo per l’ennesima volta il mio racconto, tanto che esso parve materializzarsi in diretta, perché tutti quanti fummo sorpresi dal bussare frenetico della signora, stavolta proprio contro la porta-finestra del salotto, davanti alle nostre orecchie incredule, comprese quelle dello sceriffo.

“Listen!” Esclamai di getto, indicando trionfante la porta a vetri al poliziotto.

A quel punto, vidi il suo sguardo illuminarsi e la sua mano accomodarsi sulla fondina.
Ero indeciso se buttarmi faccia a terra, prima della sparatoria imminente, o aiutarlo al più presto a estrarre la pistola, per velocizzare le operazioni e tornarmene finalmente a letto: lasciarsi scappare la molestatrice seriale colta con le mani nel sacco sarebbe stato infatti un errore imperdonabile.
Invece, lo sceriffo interruppe queste mie elucubrazioni sonnambule con un più mansueto:

“Hold on, Mr Provenzano…”

E scomparve dall’ingresso principale.

Tornò dopo diversi minuti, che sembrarono interminabili.

“Well guys… apparently, the lady has bent the elbow, today.”

“Just one elbow?” Avrei voluto scherzare col poliziotto, ma non ci riuscii, perché la domanda venne soverchiata da un mio stesso sbadiglio, lungo come un acuto di Pavarotti.

Era appena affiorato a galla che avevo una vicina appassionata di whisky e lo venivo a scoprire in questo modo.
Dopo un anno e mezzo di buon vicinato.
MAH!

Avevo davvero scelto il giorno sbagliato per smettere di bere.

L’agente riferì inoltre che il marito l’aveva appena portata a letto e ci assicurò che non sarebbe tornata più a disturbare.

Finalmente, riuscimmo ad andare a dormire, per quel poco della notte rimanente.

Il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, io e la Vivi sussultammo nuovamente, quando, sentendo suonare il campanello, attraverso i vetri smerigliati del nostro portone d’ingresso, riconoscemmo i contorni sfocati della nostra vicina di casa.

Non sembrava imbracciare alcun fucile d’assalto, sicché decidemmo di aprire.
Era armata, invece, di un mazzo di fiori coloratissimi e una scatola di cioccolatini cremosissimi.

“I do apologize for last night. I am really sorry.”

Il suo sguardo mortificato implorava perdono.

Viviana reagì istintivamente con un sorriso radioso.
Quanto a me, sulle prime, risposi mio malgrado con uno sbadiglio prolungato.
Non era soltanto ancora sonno arretrato.
È che non riuscivo a nascondere alla signora il mio disappunto per il fatto che, invece dei fiori, avrebbe almeno potuto portarmi una bottiglia del suo Johnny Walker 18 anni.
Poi, pensandoci meglio, quei cioccolatini farciti di ogni tipo di creme cremose al corn syrup sapevano il fatto loro.

Lo so, basta poco per corrompermi.
Lo sanno bene anche le mie due piccole pesti, che con un loro bacetto mi liquefanno come un cioccolatino farcito di crema cremosa al corn syrup, con la promessa che in cambio le riporto a Legoland.

Abbiamo così scoperto che il marito della signora ha origini italiane e tante altre cose curiose sui nostri due vicini di casa.

Quanto ad altri aspetti della vicenda, temo invece resteranno per sempre avvolti nel mistero: avrà parlato davvero con qualcuno, per tutto quel tempo, la mia vicina di casa?
E con chi?
Ma del resto, non esiste storia noir degna di questo nome, senza un alone di misteriosità…

(P.P.)

P.S.: cari lettori, se siete riusciti ad arrivare fin qui, potete fregiarvi del titolo di “Eroe Dei 2 Post”.
Come riconoscimento per la Vostra pazienza, ecco svelato cosa è un lanai

Photo by Renè Müller on Unsplash

Notte noir americana – PRIMO TEMPO

All’epoca dei fatti che mi accingo a raccontare, l’uragano Irma aveva aggredito da poco Bonita Springs, risucchiandosi la robusta staccionata in legno, che divideva la nostra proprietà da quella dei miei vicini di casa e che provvedeva parzialmente ad attutire voci e schiamazzi.
Per cui, ogni volta che sentivo parlare la signora dal suo lanai, avevo quasi l’impressione che si trovasse nel mio giardino, sotto la finestra della mia camera da letto.
Una pensionata molto tranquilla e riservata, che vive col marito, la vicina.

Quel giorno, tornato a casa da lavoro, entrai in camera per cambiarmi, mentre appunto la signora stava parlando al telefono nel suo lanai.

Lì per lì, nulla di strano, non era la prima volta che accadeva, alle 5 del pomeriggio.

Nelle ore successive, però, mi capitò di passare dalla mia camera diverse volte e sentirla sempre lì, al telefono.

Parlava con voce cantilenante, pacata, senza mai alzare i toni, ma senza nemmeno mai fare pause: sembrava quasi che aldilà della cornetta non ci fosse nessuno, o perlomeno che l’interlocutore fosse in ascolto paziente e passivo da qualche ora.

La cosa iniziò a incuriosirmi.

Dopo cena, stava ancora chiacchierando. Non saprei spiegare come, ma, gradualmente mi fu chiaro che si trattava ancora della stessa telefonata, mai interrotta.

La cosa iniziò a stupirmi.

Pensavo alla persona dall’altra parte, con le orecchie ormai bollite e senza mai spazi di tempo per rispondere e riposare i timpani: davvero, non si avvertivano pause, nella conversazione della signora.

Io e la Vivi mettemmo a letto le bambine e rassettammo la cucina. Fuori ormai era buio.
Un sottofondo di grilli friniva, in accompagnamento alla litanìa della signora.

Andammo a letto che stava ancora parlando. Non era cambiato nulla dalle 5 del pomeriggio, ma, in realtà, la telefonata, che ormai stava assumendo caratteristiche da guinness dei primati, poteva essere incominciata ben prima.

Avrei potuto giurare che non si fosse mossa mai da lì, nemmeno per andare in bagno, almeno una volta. 

Io e la Vivi guardammo un film noir, di quelli con qualche sparo, fumo dai tombini, tanta suspence e un cadavere nel bagagliaio, i cui dialoghi e colonne sonore riuscirono a schermare per un paio d’ore la telefonata infinita della mia vicina.

Giunti i titoli di coda, colpo di scena!

La signora stava ancora parlando al telefono.

Ci siete cascati, eh?
Anche io, all’epoca.

La cosa, quindi, iniziò a impensierirmi.
Decidemmo di lasciarle comunque ancora un po’ di tempo. Spegnemmo la luce e provammo a dormire: dopotutto, a breve, sarebbe dovuta stramazzare.

Per sonno, disidratamento, inedia. Logorrea. Asfissia.

Fucilate.

Ma poi, davvero qualcuno dall’altra parte della cornetta stava ancora ascoltando impassibile da ore la telefonata della signora?

Mistero.

Mezzanotte e ancora non potevamo prendere sonno.

Talk talk talk. Zero pause.

All’una, ancora svegli, con la sua nenia in sottofondo.

Ero indeciso se affacciarmi e chiederle educatamente di spostarsi almeno in un’altra zona della casa, o se andare a prepararmi i pop corn, per assistere rassegnato al resto della telefonata.

Mentre mi accingevo a cucinare i pop corn, la Vivi, a mia insaputa, ruppe gli indugi, uscì in giardino e optò per la prima soluzione: 

Please, madamThank you.

Mossa inutile.
Forse anche un po’ scellerata.

Dopo un breve silenzio, la vicina, riprese come niente fosse: non aveva alcuna intenzione di interrompere la sua avvincente conversazione.

Iniziammo a valutare se non fosse opportuno chiamare lo sceriffo.

Good night Sheriff!
Non riusciamo a dormire perché la nostra vicina parla al telefono ininterrottamente da ore, nel suo lanai! 
Help!

Tecnicamente, non si potevano nemmeno definire “schiamazzi notturni”, perché lei non alzava mai il tono della voce, usando un volume normale. Ed era a casa sua.

E continuava imperterrita a chiacchierare.

Tanto che, esasperato, mi decisi e chiamai lo sceriffo.

Va detto: malgrado l’orario, la mia chiamata fu presa subito in carico e nel giro di cinque minuti lo sceriffo era già sul posto, nonostante il mio racconto inverosimile, sbadigliato al telefono in anglo-maccheronico, tipo “Ciù gust is megl’ che uàn”.

Nessuno mai saprà cosa avrà pensato il poliziotto che mi ha risposto e ascoltato pazientemente al telefono, quella notte.

Tra le veneziane abbassate della nostra finestra, spiammo la volante dello sceriffo con i lampeggianti accesi, parcheggiata nel driveway della vicina. Ascoltammo di soppiatto l’agente, che con tono bonario invitava la signora ad andare a dormire.

Photo by Chris Nguyen on Unsplash

Finalmente.

Finalmente tra le braccia di Morfeo, io e la Vivi sobbalzammo nel letto, svegliati da un bussare nervoso e ripetuto alla finestra della nostra camera.

Chi poteva mai essere, alle tre di notte?
Inoltre: con chi aveva conversato, ininterrottamente per ore al telefono, la mia vicina di casa?
Ma soprattutto: cosa diavolo è un lanai?!?

Scopriremo insieme tutti questi enigmi enigmatici nel secondo tempo di… “Notte noir americana”!

FINE PRIMO TEMPO – Notte Noir americana

Altri tempi

IL TEMPO.
In italiano, usiamo la sola parola “tempo” per parlare sia di cronologia, sia di meteorologia.
Spesso, ne afferriamo immediatamente il significato dal contesto, perché a nessuno di noi – vero? – verrebbe in mente di replicare alla domanda: “Com’è il tempo?” rispondendo: “È mezzogiorno!”
Mentre, quando ci chiedono: “Quanto tempo fa?” nessuno pensa alla pioggia, alla neve, al sole, o alle nuvole, ma ai minuti, alle ore, ai giorni e così via.

Gli anglosassoni, invece, distinguono i due argomenti, adoperando il termine time nel caso della cronologia e il termine “weather” per la meteorologia.
Non scompongono la giornata in 24 ore, ma in 12 AM, più 12 PM.
Se augurate un innocente e sentito buongiorno (good morning, sir!”) a un americano, quando sono le 12:05 PM, potreste andare incontro a battute di ogni genere, spesso molto argute e divertenti, perché gli statunitensi sanno essere assai spiritosi.
Dalle 12:01 pm, qui si augura good afternoon, quindi attenzione sempre alle lancette dell’orologio, prima di salutare.
Alla loro domanda: “What time is it?” quando sono le 4 del pomeriggio, rispondere che sono le 16:00 equivale invece a farli sobbalzare in aria e deflagrare in una sonora risata, non in virtù del fatto che gli spiritosi stavolta siamo stati noi, ma perché proprio non capirebbero, o penserebbero che siamo ubriachi.

LE DATE.
Quando gli americani scrivono una data, partono prima dal mese, poi indicano il numero del giorno, infine l’anno.
Questa differenza potrebbe sembrare una sottigliezza, ma, per esempio, con la data di nascita di Corinne noi dobbiamo sempre fare molta attenzione, perché è nata il 3 agosto (per noi 3-8, per loro 8-3): un eventuale errore di distrazione potrebbe far credere che sia nata l’8 marzo.
Abituarmici, dopo una vita trascorsa a scrivere date partendo dal giorno, è stata, ed è tuttora, una gran fatica.

I GIORNI DELLA SETTIMANA.
Nella Bibbia, libro della Genesi, si parla della domenica (che in latino significa “giorno del Signore”) come dell’ultimo giorno della settimana, durante il quale il Dio cristiano, dopo la immane fatica della creazione dell’Universo, si riposò.
Beato lui.
Io, che mi sono limitato a creare due figlie, sono anni che non riesco più a chiudere occhio.
In Italia, chi non è cristiano ha comunque studiato a scuola la filastrocca tradizionale del pulcino, da dove si evince chiaramente che il primo giorno della settimana è il lunedì.
Ricordo ancora i primi versi della filastrocca imparata a memoria, per non dimenticare l’ordine dei giorni della settimana:

“lunedì chiusin chiusino,
martedì bucò l’ovino.”

Immagino che i più secchioni di voi l’avranno appena recitata tutta fino alla domenica, che, anche in questo caso ben più laico e profano, risulta essere l’ultimo giorno della settimana.

Voliamo nuovamente negli USA, dove scopriamo che domenica si dice Sunday, che invece significa “giorno del Sole”.
Roba da pagani.
Negli Stati Uniti, non è così scontato che il lunedì sia sempre considerato il primo giorno della settimana e se lo chiedete a qualcuno a bruciapelo, potrebbe capitarvi che l’interrogato ci debba pensare un po’ su, come se dovesse fare chissà quali calcoli astrusi, e alla fine vi risponda con tono poco convinto.
Per esempio, la mia azienda fa partire la settimana dalla domenica, sia per il calcolo degli stipendi, sia per la pubblicazione dei turni lavorativi dei dipendenti.
Ma senza andare tanto lontano, basta guardare tutti i calendari americani, compresi quelli digitali sui telefonini: le settimane iniziano tutte sempre dalla domenica.
Attenzione, quindi, quando con un americano parlate di qualcosa che avverrà “la domenica della settimana prossima” (next week), perché la vostra domenica potrebbe non coincidere con quella intesa dal vostro interlocutore.
Io ho preso l’abitudine di specificare sempre il numero del giorno, a scanso di equivoci.

Un calendario americano, con la domenica in prima colonna. (Photo by Manasvita S on Unsplash)

Gli americani, inoltre, scrivono i nomi dei giorni della settimana rigorosamente maiuscoli: Monday, Tuesday… così come i nomi dei mesi: January, February
Noi italiani non vediamo alcun motivo per cui dovremmo farlo ed è proprio per questo che poco più su ho scritto lunedì e domenica minuscoli e l’ho appena rifatto.

Vi sentite il cervello fuso, vero?
Io sì.
E a proposito di fuso:

IL FUSO ORARIO.
L’America, a torto o ragione, è comunemente considerata da tempo la nazione apripista, precorritrice di mode e innovazioni, nel bene e nel male. Il Paese dal quale l’Italia e l’Europa finiscono spesso col mutuare nuove abitudini e idee, nei campi più disparati della vita.
Eppure, se ci pensate, gli USA sono di fatto sempre indietro di almeno sei ore, quando non di più, rispetto all’Italia: ogni giorno, quando l’americano si sveglia e inizia a fare colazione, l’italiano è già sveglio e attivo da un po’ e sta pranzando, se non addirittura cenando…
E allora, vogliamo cominciare a prendere coscienza di questo piccolo ma costante vantaggio temporale quotidiano, per invertire una volta per tutte questa tendenza e capovolgere la situazione a nostro favore?!? 😉

(P.P.)

Photo by Luis Cortes on Unsplash

Vi porto a fare la spesa in Florida

Photo by David Veksler on Unsplash

Ho sempre vissuto il fare la spesa in un Paese straniero come una piccola avventura, ogni volta che ho viaggiato da turista.

Per cui, oggi, se siete curiosi, faccio vivere questa piccola avventura anche a voi, portandovi a fare la spesa in un Publix, una delle catene di supermercati americani più diffuse nella mia zona.

Innanzitutto, prima di entrare in un qualsiasi supermercato statunitense, una brutta notizia: i prezzi esposti, al contrario che in Europa, sono SENZA IVA.
La buona notizia è che in Florida l’IVA è decisamente più bassa rispetto all’Italia.

La prima sensazione che si prova entrando è: “OK, qui trovo TUTTO.”
Forse è vero.
Solo che poi, addentrandoti tra le corsie, ti rendi conto che, per riuscire a trovare tutto, avrai bisogno di circa un paio di anni di spese… spesi a cercare i prodotti che ti servono, poiché sono disposti secondo criteri incomprensibili a un europeo.

Per esempio, a volte, può capitare di trovare lo stesso prodotto, ma di marche diverse, in due corsie differenti, oppure addirittura lo stesso identico prodotto della stessa marca, in due reparti diversi.
Alcuni sottaceti e sottoli (cetrioli, capperi, cipolline e olive) si trovano in una corsia, altri (funghetti, asparagi, carciofini) in un altro reparto, lontano dal primo.
Non solo: i capperi – ma solo alcune marche – si trovano in una delle sopracitate corsie di sottaceti, ma anche in un terzo reparto, quello dei prodotti etnici.

Stesso discorso per gli oli di oliva, che giungono da ogni parte del mondo mediterraneo e sudamericano.

I formaggi sono addirittura sparpagliati in giro per tutto il supermercato, a seconda della tipologia, provenienza, livello di bramosia del cliente disposto a tutto pur di vincere questa avventurosa caccia al tesoro.
Se un giorno troverò lo Stracchino, convocherò una conferenza stampa a reti unificate. Deve essere lì, da qualche parte, lo sento.

Pinoli e stuzzicadenti: lasciate ogni speranza o voi che entrate.
Ormai sono convinto che siano dotati di vita propria e siano dediti al nomadismo, per cui ogni volta devo ricominciare la loro ricerca daccapo e mi affido alla (buona?) sorte.

Raramente un commesso, pur volenteroso e gentile, potrà aiutarvi: che volete ne sappia di Stracchino, fette biscottate, paté di olive, chinotto?
Vi fisserà spaesato e risponderà di provare a vedere nella corsia x.
Good luck.

Non si usano i guanti al reparto frutta e verdura. E non si pesano nemmeno i prodotti, perché ci pensano poi alla cassa.
Infatti, una delle cose che ci succede sempre quando torniamo a fare la spesa in Italia è di scordarci di pesare la frutta e di dover puntualmente tornare indietro.
A proposito, ne approfitto ora per chiedere scusa a tutti i clienti italiani in coda dopo di noi, per l’attesa causata.

I carrelli sono senza moneta, ma non perché la gente è particolarmente beneducata e civile e li riporta al loro posto, anzi. C’è un dipendente del supermarket pagato per sistemare tutti i carrelli abbandonati nel parcheggio.
Va detto che qui non esiste la moneta da due o un dollaro, come con l’euro. Il taglio di moneta più grande è quello (raro) da 50 centesimi e presumo quindi che di recuperare mezzo dollaro all’americano medio importi meno di quanto a me importa conoscere le vicissitudini della Famiglia Reale d’Inghilterra: mettilo pure lì, dentro quel cassetto, insieme alle altre cose di cui non me ne frega niente!
Ma va anche detto che in alcuni discount, come ALDI, pare che sia in uso il sistema dei carrelli con la moneta.

Qui, anziché l’offerta del 3X2, c’è la più conveniente 2X1, cioè se di un prodotto ne prendi due confezioni, la seconda non la paghi, oppure, come sostiene la Vivi, le paghi entrambe scontate al 50%.
E guai a contraddirla.
Lei vuole sottolineare questo aspetto, perché in realtà a volte succede che, a random, ti applicano lo sconto anche se di confezione ne prendi una sola.
Le piace rischiare, alla Vivi.

Se il reparto vini e birre è di una vastità inebriante, chi vuole schiacciare il piede sul pedale dell’alcol e procurarsi, per esempio, della innocentissima vodka deve invece uscire dal supermercato e rientrare in uno store a fianco, sempre Publix, dedicato esclusivamente alla vendita di superalcolici e accessori annessi.
Roba da rischiare di diventare astemi. I primi tempi, ci stavo quasi cascando anche io, ma poi, grazie alle mie buone frequentazioni, sono rinsavito e sono tornato sulla (scor)retta via.
Grazie, amici!

Per velocizzare le code alla cassa, esiste un servizio gratuito chiamato “bagging”, dove un dipendente del supermarket aiuta i clienti a imbustare la spesa e caricarla sul carrello.
Una targhetta appuntata sulla loro uniforme avvisa i clienti che non accettano mance, nemmeno se si offrono di portarci la spesa fino alla macchina e aiutarci a caricarla nel baule.
Questi inservienti sono eccezionalmente zelanti e hanno la tendenza a inserire al massimo tre-quattro prodotti per sacchetto, sicché, se avete una spesa consistente, a casa vi ritroverete sommersi di buste di plastica che riusciranno a smaltire soltanto i vostri pronipoti.
Da quando ho capito l’antifona, mi sono dotato di una bella scorta di borsoni stile IKEA, che ammucchio sul nastro della cassa prima ancora di salutare. Appena arriva il mio turno, saluto e annuncio in tono perentorio:

“NO PLASTIC BAGS, PLEASE!”

Per loro, deve suonare un po’ come una dichiarazione di guerra, perché assumono subito un’espressione delusa e smarrita, spiazzati e quasi disgustati dalla mia richiesta, poiché a quel punto inizia un interrogatorio di terzo grado per ciascun prodotto che stanno per inserire nei miei bustoni:

“Vuoi davvero che metta questa confezione di carne assieme alla scatola con i biscotti e a tutto il resto?!?”

“Yes, please.”

“E questo? Non preferisci che lo mettiamo in una nostra busta di plastica a parte?”

“No, thank you.”

“E pure il latte, lo posso mettere qui, in questa stessa borsa, con tutte le altre cose???”

“YES, WHATEVER, WHEREVER, I DON’T CARE.”

Alla fine, se potessero, mi imbusterebbero anche le figlie al seguito. In due borse rigorosamente separate, ovvio. Vuoi mica che si mischino.
Lo capisco dai loro sguardi sovreccitati, che io provvedo subito a disintegrare col mio sguardo inceneritore.

Poi, però, prima di salutarmi, mi ringraziano sempre contenti per aver portato i miei borsoni da casa.

Bene, ora potete scendere dal mio carrello e aiutarmi a scaricare tutto sulla macchina e poi nel frigo.
Non pensavate mica di svignarvela sul più bello, vero?

No, niente mance! 😜

(P.P.)

Photo by Bruno Kelzer on Unsplash

Caro amico ti scrivo

Confesso che, nonostante la mia passione per la scrittura, non ho mai amato scrivere lettere, neanche prima dell’avvento delle nuove tecnologie digitali.
Ho sempre pensato che le corrispondenze epistolari comportassero troppo spreco di tempo e lo penso tuttora: attendi che il destinatario riceva la tua lettera, non si sa quando; attendi che ti risponda; attendi che ti arrivi la sua risposta e via così, fino a ritrovarti senza amici al bar, ottuagenario.
Spaiato, come un fantasmino in lavatrice.
Solo, come il rover Curiosity atterrato su Marte.

Ma forse il motivo principale che mi ha spesso dissuaso dall’intraprendere uno scambio di lettere è stato quello di dover ogni volta uscire di casa per recarmi a imbucare la lettera, una volta imbustata e affrancata.
Lo so, è una pigrizia tutta mentale, ma, ogni volta che penso a questo passaggio, la voglia di scrivere una lettera evapora, come la voglia di andare a lavorare il lunedì mattina.

Probabilmente, è stato per questo motivo che ci ho messo così tanto tempo a scoprire la funzione della leva rossa presente nelle cassette postali americane: non mi interessava. Sicché, non mi sono mai posto il problema.

Negli USA, il postino svolge un doppio lavoro nello stesso momento, poiché, quando passa da casa tua per consegnarti la posta nella buca delle lettere, già che c’è, se vede la leva rossa alzata, capisce che la tua mailbox contiene anche della corrispondenza da spedire, così la preleva e provvede a inviarla.
Un po’ come nei programmi di posta elettronica, dove tutti abbiamo la casella di posta in uscita e quella in entrata, la buca delle lettere degli americani possiede questa doppia funzione.
Pensate non solo al risparmio di tempo, ma anche all’aspetto economico e ambientale.

Inoltre, il furgoncino postale ha il volante a destra, come i veicoli britannici, per permettere al postino di guidare dal lato delle cassette e di infilare e prelevare la posta dalle mailboxes direttamente dal finestrino abbassato del veicolo, senza dover scendere ogni volta.

Il furgone delle United States Postal Service. (Photo by Trinity Nguyen on Unsplash)

Infatti, da un lato, esiste la totale libertà di scegliersi la propria cassetta delle lettere di qualsiasi forma e colore: provate a googlare “creative funny mailboxes” per divertirvi.

La buca delle lettere di un mio vicino di casa, appassionato di kayak.

Dall’altro, esistono regole molto rigide alle quali i proprietari delle diffusissime indipendent houses, ossia le villette indipendenti del ceto medio americano, devono attenersi: l’altezza da terra delle cassette deve essere sempre uguale e corrispondere a quella del finestrino del furgone postale, pena la mancata consegna della posta.

Chiaro, si tratta di un sistema APERTO.
Quindi è molto meno sicuro di quello usato nel Vecchio Mondo, dove siamo più avvezzi a secoli di maramaldi truffatori, siamo perciò abituati a diffidare di qualsiasi occasione renda l’uomo ladro e ci siamo dotati di buche delle lettere che somigliano più a delle casseforti, dove il postino può dunque solo limitarsi a imbucare, non certo prelevare.

Ma siccome anche in America esistono i lestofanti disonesti – altroché! – dove necessario e/o possibile, tipo negli androni dei condominii, assieme alle singole cassette di ciascun condomino, è presente una “Outgoing mailbox”, usufruibile da tutti gli inquilini, dotata di una fessura per imbucare le lettere da spedire e di una serratura accessibile solo dai postini, per la raccolta e l’invio sicuro e veloce della posta in uscita.

Questo purtroppo non risolve i sempre più diffusi problemi dovuti ai furti di dati e di identità ad opera di frodatori professionisti, tanto che l’USPS, ossia il corrispettivo statunitense delle Poste Italiane, raccomanda in ogni caso i cittadini di cercare di inviare la propria posta recandosi direttamente presso i loro uffici, soprattutto quando si tratta di documenti sensibili.

Nonostante ciò, questo tipo di servizio postale porta a porta rimane attivo, in ossequio al principio prediletto dai cittadini USA della fiducia incondizionata nel prossimo, fino a prova contraria.
Lo stesso principio che fa sì che raramente troverete recintati i frontyard delle indipendent houses, o le inferriate alle finestre.

Per coloro che invece manifestano sfiducia crescente verso il sistema di sicurezza pubblico, esistono le cosiddette gated communities, le quali, occorre dirlo, anch’esse si stanno paradossalmente diffondendo in misura sempre crescente, per la ragione opposta, ossia perché evidentemente garantiscono un maggiore senso di protezione a chi non si sente più sufficientemente tutelato.

Ancora una volta, questo Paese si presenta ai miei occhi come una grande scatola piena di tutto e il contrario di tutto, una miscela di elementi opposti che riescono a convivere nonostante le tante divergenze, creando una società estremamente variegata e foriera di slanci e impulsi dalla direzione imprevedibile.
Questo è il lato critico dell’America.
Questo è il lato affascinante dell’America.

Ora scusate, ma devo andare ad alzare la levetta della mia mailbox, perché mi è venuta una gran voglia di scrivere e spedire una lettera ad un mio caro amico.

(P.P.)

Everglades, Florida. La Vivi, presso il più piccolo ufficio postale degli USA.
The Vivi
, at the smallest Post Office of the USA.



Noi, mocciosi duri

Uno dei motivi per cui, a suo tempo, io e la Vivi decidemmo di iscrivere le piccole pesti ai Boy Scouts della Florida, fu anche per cominciare a ritagliarci un po’ di tempo libero per noi due.
Adoriamo le nostre due mostriciattole e proprio per questo siamo consapevoli che un giorno dovremo ahimè separarcene, quindi vorremmo abituarci in modo graduale al Grande Momento.
Anche perché qui viviamo totalmente senza il sostegno di figure parentali alternative, quali nonni, zie e zii, per cui temiamo che l’abitudine a stare (bene) sempre tutti e quattro insieme, alla lunga, rischierà di diventare un boomerang che ci si conficcherà dritto dritto nel… cuore.

Senonché, questo boomerang alla fine è andato a conficcarsi da un’altra parte, quando abbiamo scoperto che, da diversi anni ormai, l’organizzazione scoutistica americana ha cambiato le regole interne e stabilito l’obbligo di presenza di un adulto per ciascun bambino partecipante.

Ecco perché, a fine ottobre, ci siamo ritrovati tutti e quattro indissolubilmente insieme, al nostro secondo campo scout, della durata di un weekend: giunti il venerdì pomeriggio, abbiamo montato la nostra tenda in un immenso parco naturale dalle parti di Punta Gorda.

Appena svegliati sabato mattina, il corposo programma del campo prevedeva che il nostro gruppo scout si recasse presso la climbing station, come prima attività.
Una torre dotata di diverse pareti di arrampicata, per tutti i gusti.

Ci siamo diligentemente messi in fila ad aspettare il turno delle nostre bambine, quando a un tratto Corinne ha alzato lo sguardo e, fissandoci dritto negli occhi ancora assonnati, ci ha detto in tono perentorio:

“Papà, mamma, io voglio fare il muro ˈnʌmbɚ faɪv”.

Io, da quando eravamo giunti sul posto, ero rimasto impalato a fissare l’altezza da capogiro di quella torre, osservandone la vetta col naso in su e cercando di calcolarne a spanne la (dis)misura.
Sapevo a malapena il mio nome e che mi trovavo ad un campo scout americano con gli altri tre membri della mia famiglia italiana.
Ho chiuso la bocca divaricata da dieci minuti e deglutito.

“Muro… nàmber fàiv?” Ho ripetuto io in inglese maccheronico. “E cosa sarebbe?”

Più reattiva di HAL 9000, il supercomputer di bordo dell’astronave Discovery nel film “2001: Odissea nello spazio”, Corinne, da quando era arrivata sul posto, in quei dieci minuti aveva già studiato lo scenario nei minimi dettagli e preso una decisione definitiva.
Una decisione molto discutibile, dal mio punto di vista, dopo aver scoperto che il “muro namba fàiv” era la parete da scalare di livello 5, cioè quella con il massimo di difficoltà.
Così, passandole la mano sotto il mento, le ho proposto:

“Tesoro, facciamo come tutti gli altri bambini, che cominci dal numero 1. Poi, se riesci, provi gradualmente a salire di livello, fino al numero 5, ok?”

Il mio tono accomodante, chiaramente contraffatto alle orecchie di qualsiasi commediante navigato, sottintendeva: “Si fa come dico io, cara pupetta!”
Ma questo rimanga tra noi.

Intanto, osservavo intenerito i primi mocciosetti che si erano avventurati convinti sulla parete “nàmber uàn” e, quasi subito dopo pochi appigli, avevano chiesto all’istruttore che teneva la loro imbracatura di voler scendere.
Allora, giunto il suo turno, un po’ per scherzo e un po’ per stimolarla, ho voluto sfidarla e le ho lanciato la battuta:

“Dai Cory, se raggiungi la cima ti do 50 dollari!”

Al centro, una scimmietta in blu jeans si accinge a scalare il muro “namber uàn”.

Ha iniziato a salire sotto il mio sguardo scettico e divertito allo stesso tempo. E sotto lo sguardo di tutti gli altri scout e famiglie.

Ho cominciato con le tipiche frasi di circostanza paterne:

“Oh Cory, se sei stanca, o hai paura, chiedi all’istruttore di farti scendere!”

Giunta a metà della torre, il mio tono canzonatorio si è smorzato: la peste stava salendo come un geco, forse ignara di dove si trovasse.

Allora, sono passato a incitamenti più sostenuti, ma sempre misurati:

“Dai Cory, forza, che stai andando bene!”

Poi l’ho vista lassù, minuscola e ostinata come una formichina, dimenarsi come una furia a circa 12 metri da terra, per arpionare l’ultimo attacco che pareva inafferrabile, a pochi passi dal traguardo finale: ho perso ogni contegno e preso a urlare in un crescendo delirante, come nella telecronaca da infarto di Galeazzi, durante la finale di canoa Rossi e Bonomi, oro alle Olimpiadi di Sidney 2000.

Quando è scesa, è stata accolta da un applauso collettivo, che l’ha un po’ frastornata.

Io avrei voluto mettermi a correre per il parco, avvolto nel tricolore svolazzante, come Tamberi, urlando a squarciagola “SHE’S MY DAUGHTER, SHE’S MY DAUGHTER!”, ma non pensate anche voi che avrei oltrepassato la misura?
Così mi sono limitato a correrle incontro per farle i complimenti:

“Brava Corinne, non hai avuto paura!”

“Papà, certo che avevo paura, ogni volta che guardavo sotto. Però continuavo a ripetermi «forza Corinne, non avere paura!»”

“Beh, allora sei stata davvero brava e coraggiosa!”

“Papà?”

“Dimmi.”

“Quando me li darai i 50 dollari?”

Photo by simpsonswiki.com

Non riusciremo a liberarci tanto presto delle piccole pesti, ma in compenso, ogni volta che rientriamo a casa da un campo scout, torniamo con la sensazione unica di aver vissuto assieme un lungo sogno avventuroso, che ci ha resi più uniti e più ricchi.
A parte il mio portafogli.

(P.P.)

Se vi è piaciuto questo post sulla nostra esperienza con i Boy Scouts americani, potrebbero anche interessarvi: “Bandiera rotta, onor di capitano?” e “Bye bye, bandiera addio”.

Se invece siete curiosi di ascoltare la vibrante telecronaca di Galeazzi:

Automobilisti nati

Premessa doverosa: le informazioni segnalate in questo post possono variare da Stato Unito a Stato Unito e, nell’ambito dello stesso Stato Unito, possono subire aggiornamenti e modifiche nel corso degli anni, quindi se state leggendo questo articolo nel 2027, non prendete tutto alla lettera.
A proposito, come va nel 2027?
Finita la pandemia della SARS-CoV-2?
Si usa ancora il cellulare mentre si guida?

In USA, 2022 fresco fresco, l’uso del cellulare per effettuare telefonate mentre si guida è sconsigliato ma tollerato, con o senza auricolari o bluetooth, tranne alcune eccezioni e regolamentazioni locali.
La Florida è uno degli Stati più morbidi: punisce solamente l’invio di sms, o al massimo le chiamate in prossimità delle scuole.
Credo che questo sia il motivo per cui, tra gli automobilisti floridensi, è diffusa la cattiva abitudine di non usare le frecce per segnalare i propri spostamenti: la mano che servirebbe per azionare gli indicatori di direzione è spesso occupata dal cellulare…
In confronto, in Italia, siamo degli scolaretti modello.

Poi, però, mentre guidi in autostrada, i tabelloni luminosi declamano messaggi in rima, da fare impallidire Walt Whitman:

“DON’T TEXT AND DRIVE,
ARRIVE

ALIVE.”

Ora, mi raccomando, non fingete di non aver letto l’inciso più su “tranne alcune eccezioni e regolamentazioni locali”, ché già vi immagino davanti al Giudice, dopo aver causato un mega incidente, dire a vostra discolpa:

“Eh ma Pietro ha scritto che si poteva. Se vuole le mando anche il link, signor Giudice. Ce l’ha WhazzApp?”

NO.

Anche il sorpasso a destra è consentito, in autostrada e in gran parte delle strade urbane con almeno due corsie.
Di nuovo: se venite piallati da un autosnodato americano che sta rientrando nella corsia lenta, proprio mentre voi state mettendo in pratica questo esperimento elettrizzante, non date la colpa a me.
E per la cronaca: parliamo dei famosi trucks statunitensi, roba che, quando decidete di sorpassarli, dovete prendere ferie.
Roba che, superandoli con un SUV, questi TIRannosauri Rex vi fanno sentire talmente minuscoli che per scattarvi un selfie avete bisogno del microscopio.

Un tipico truck americano, appena giunto in Florida. La parte posteriore si trova ancora in California. 😉 (Photo by Shay on Unsplash)

Ma attenzione: non superate mai uno scuolabus americano, né a sinistra, né tantomeno a destra, su qualsiasi strada vi troviate.
In presenza di uno scuolabus fermo, poi, si ferma chiunque e qualunque altra cosa.
Come quando si giocava a Un Due Tre, Stai Là.
Anche mia figlia Corinne, notoriamente sgusciante come un’anguilla, in quell’occasione si blocca.
Lo scuolabus americano è considerato quanto di più sacro esista sul suolo statunitense.
Avete presente quando Jovanotti, in “Temporale”, rappa:

“L’autista di scuolabus ha in mano la nazione,
più di un ministro, di un Papa, o di un’autorità!”

Immaginate la consacrazione di questa strofa.
Le porte dello scuolabus si apriranno solo quando l’autista sarà certo che si è arrestato tutto, compreso l’asse terrestre.
A quel punto, una masnada di piccole canaglie si riverserà per le strade in ogni direzione possibile e ciascun genitore dovrà cercare di riconoscere e acchiappare le proprie, come quando si giocava a Mosca Cieca.

Un tipico scuolabus americano. In primo piano, si noti lo skateboarder costretto a rimanere sospeso in aria, in attesa che scendano tutti i bambini. 😉 (Photo by Benjamin Wedemeyer on Unsplash)

In molti stati USA, come la Florida, è consentito svoltare a destra ad un incrocio anche se il semaforo è rosso. Ve ne accorgerete, perché sentirete quello dietro di voi suonarvi il clacson con tono indulgente. Si tratta di un sintetico La Maggiore strozzato a metà, che significa:

“Gentile guidatore, immagino tu sia straniero. Ti sto informando che puoi passare col rosso e se ti muovi posso passare anche io, thank you“.

Nulla a che vedere con i nostri sguaiati strombazzamenti italici, eloquenti e prolungati, che partono in Fa Diesis Bemolle, appena dopo un secondo che il semaforo diventa verde, che di solito significano:

“Muoviti, IM-PE-DI-TO!”

Quando non è consentito svoltare col rosso, il divieto viene sempre segnalato opportunamente.
Se siete sempre quelli di prima, miracolosamente scampati al sorpasso a destra dell’autotreno americano, vi ricordo che, anche in questo caso, bisogna effettuare la manovra in sicurezza, solo dopo essersi fermati come ad un normale stop, se non volete farvi asfaltare dal suddetto truck americano, che nel frattempo sta giungendo a spron battuto dalla California e ha il verde. 

Ancora a proposito di semafori, segnalo che essi non sono posizionati, come in Europa, sulla linea dell’incrocio, ma sono sospesi al centro dell’incrocio, o aldilà di esso.

Un tipico semaforo floridense, noto per la sua ritrosia: è infatti posizionato aldilà del crocevia. 😉

Attenzione quindi a fermarvi ben prima del semaforo, in corrispondenza della linea. Non fate come certi automobilisti abitudinari e pendolari, che, al ritorno dall’Italia, i primi giorni in Florida, si ritrovano a inchiodare la macchina nel bel mezzo di ogni incrocio. Mentre, quando guidano in Italia, dopo undici mesi in USA, rallentano due chilometri prima del semaforo, creando code migliometriche, senza motivo.

Infine, i limiti di velocità: in autostrada il limite è di circa 110 Km orari (70 miglia orarie), per cui, se avete il vizietto di pestare sull’acceleratore, sappiate che questo Paese vi accoglierà a braccia aperte, come da sempre è abituato a fare con tutti, ma potrebbe riservarvi delle amare sorprese…

Adesso però basta fare il buffone.

Dal prossimo post tornerò una persona seria.

Promesso!

Che c’è?

Ho scritto dal prossimo post!

(P.P.)