Automobilisti nati

Premessa doverosa: le informazioni segnalate in questo post possono variare da Stato Unito a Stato Unito e, nell’ambito dello stesso Stato Unito, possono subire aggiornamenti e modifiche nel corso degli anni, quindi se state leggendo questo articolo nel 2027, non prendete tutto alla lettera.
A proposito, come va nel 2027?
Finita la pandemia della SARS-CoV-2?
Si usa ancora il cellulare mentre si guida?

In USA, 2022 fresco fresco, l’uso del cellulare per effettuare telefonate mentre si guida è sconsigliato ma tollerato, con o senza auricolari o bluetooth, tranne alcune eccezioni e regolamentazioni locali.
La Florida è uno degli Stati più morbidi: punisce solamente l’invio di sms, o al massimo le chiamate in prossimità delle scuole.
Credo che questo sia il motivo per cui, tra gli automobilisti floridensi, è diffusa la cattiva abitudine di non usare le frecce per segnalare i propri spostamenti: la mano che servirebbe per azionare gli indicatori di direzione è spesso occupata dal cellulare…
In confronto, in Italia, siamo degli scolaretti modello.

Poi, però, mentre guidi in autostrada, i tabelloni luminosi declamano messaggi in rima, da fare impallidire Walt Whitman:

“DON’T TEXT AND DRIVE,
ARRIVE

ALIVE.”

Ora, mi raccomando, non fingete di non aver letto l’inciso più su “tranne alcune eccezioni e regolamentazioni locali”, ché già vi immagino davanti al Giudice, dopo aver causato un mega incidente, dire a vostra discolpa:

“Eh ma Pietro ha scritto che si poteva. Se vuole le mando anche il link, signor Giudice. Ce l’ha WhazzApp?”

NO.

Anche il sorpasso a destra è consentito, in autostrada e in gran parte delle strade urbane con almeno due corsie.
Di nuovo: se venite piallati da un autosnodato americano che sta rientrando nella corsia lenta, proprio mentre voi state mettendo in pratica questo esperimento elettrizzante, non date la colpa a me.
E per la cronaca: parliamo dei famosi trucks statunitensi, roba che, quando decidete di sorpassarli, dovete prendere ferie.
Roba che, superandoli con un SUV, questi TIRannosauri Rex vi fanno sentire talmente minuscoli che per scattarvi un selfie avete bisogno del microscopio.

Un tipico truck americano, appena giunto in Florida. La parte posteriore si trova ancora in California. 😉 (Photo by Shay on Unsplash)

Ma attenzione: non superate mai uno scuolabus americano, né a sinistra, né tantomeno a destra, su qualsiasi strada vi troviate.
In presenza di uno scuolabus fermo, poi, si ferma chiunque e qualunque altra cosa.
Come quando si giocava a Un Due Tre, Stai Là.
Anche mia figlia Corinne, notoriamente sgusciante come un’anguilla, in quell’occasione si blocca.
Lo scuolabus americano è considerato quanto di più sacro esista sul suolo statunitense.
Avete presente quando Jovanotti, in “Temporale”, rappa:

“L’autista di scuolabus ha in mano la nazione,
più di un ministro, di un Papa, o di un’autorità!”

Immaginate la consacrazione di questa strofa.
Le porte dello scuolabus si apriranno solo quando l’autista sarà certo che si è arrestato tutto, compreso l’asse terrestre.
A quel punto, una masnada di piccole canaglie si riverserà per le strade in ogni direzione possibile e ciascun genitore dovrà cercare di riconoscere e acchiappare le proprie, come quando si giocava a Mosca Cieca.

Un tipico scuolabus americano. In primo piano, si noti lo skateboarder costretto a rimanere sospeso in aria, in attesa che scendano tutti i bambini. 😉 (Photo by Benjamin Wedemeyer on Unsplash)

In molti stati USA, come la Florida, è consentito svoltare a destra ad un incrocio anche se il semaforo è rosso. Ve ne accorgerete, perché sentirete quello dietro di voi suonarvi il clacson con tono indulgente. Si tratta di un sintetico La Maggiore strozzato a metà, che significa:

“Gentile guidatore, immagino tu sia straniero. Ti sto informando che puoi passare col rosso e se ti muovi posso passare anche io, thank you“.

Nulla a che vedere con i nostri sguaiati strombazzamenti italici, eloquenti e prolungati, che partono in Fa Diesis Bemolle, appena dopo un secondo che il semaforo diventa verde, che di solito significano:

“Muoviti, IM-PE-DI-TO!”

Quando non è consentito svoltare col rosso, il divieto viene sempre segnalato opportunamente.
Se siete sempre quelli di prima, miracolosamente scampati al sorpasso a destra dell’autotreno americano, vi ricordo che, anche in questo caso, bisogna effettuare la manovra in sicurezza, solo dopo essersi fermati come ad un normale stop, se non volete farvi asfaltare dal suddetto truck americano, che nel frattempo sta giungendo a spron battuto dalla California e ha il verde. 

Ancora a proposito di semafori, segnalo che essi non sono posizionati, come in Europa, sulla linea dell’incrocio, ma sono sospesi al centro dell’incrocio, o aldilà di esso.

Un tipico semaforo floridense, noto per la sua ritrosia: è infatti posizionato aldilà del crocevia. 😉

Attenzione quindi a fermarvi ben prima del semaforo, in corrispondenza della linea. Non fate come certi automobilisti abitudinari e pendolari, che, al ritorno dall’Italia, i primi giorni in Florida, si ritrovano a inchiodare la macchina nel bel mezzo di ogni incrocio. Mentre, quando guidano in Italia, dopo undici mesi in USA, rallentano due chilometri prima del semaforo, creando code migliometriche, senza motivo.

Infine, i limiti di velocità: in autostrada il limite è di circa 110 Km orari (70 miglia orarie), per cui, se avete il vizietto di pestare sull’acceleratore, sappiate che questo Paese vi accoglierà a braccia aperte, come da sempre è abituato a fare con tutti, ma potrebbe riservarvi delle amare sorprese…

Adesso però basta fare il buffone.

Dal prossimo post tornerò una persona seria.

Promesso!

Che c’è?

Ho scritto dal prossimo post!

(P.P.)

Guidatore inside

Era una delle prime volte che stavo guidando per le strade della Florida.
Canticchiavo “What a wonderful world”, quando tutto a un tratto mi sono imbattuto in un incrocio senza semafori, ma con lo stop presente in tutte e quattro le vie.

Sapevo bene che ci si deve fermare completamente, non importa se l’incrocio sia deserto o stiano giungendo altre vetture.
La propria auto deve arrestarsi prima della linea bianca.
Altrimenti, state pur sicuri che, persino nel deserto dell’Arizona, non si sa bene come né da dove, si materializzerà una volante dello sceriffo per farvi la multa.


Quel giorno, però, mi è capitato anche che, subito dopo di me, da tutte le altre tre vie sono sopraggiunte altrettante automobili, che si sono fermate anch’esse ognuna dietro al proprio stop.

“E ora?!?” Mi son chiesto.

“È finita.” Ho pensato.

“Ora abbassano i finestrini e tirano fuori i Winchester, per decidere chi parte per primo.” Ho immaginato.

Io, armato soltanto del mio cuore traboccante di pace e d’amore, stavo già per iniziare a recitare le mie ultime preghiere, alzare le mani dal volante per metterle sopra la nuca e arrendermi prima dell’imminente sparatoria, quando ho intravisto molto nitidamente, attraverso il parabrezza di uno dei tre pistoleri, una mano che si agitava per sollecitarmi a partire.
Vedendomi reattivo come un lampione, ha cominciato anche a farmi i fari, che qui si usano come strumento di cortesia, non di prevaricazione.
Ora che ci penso, costui aveva anche una vaga somiglianza con Clint Eastwood.

Sono ripartito poco convinto, poiché avevo la destra occupata.
Una volta raggiunta sano e salvo la sponda opposta dell’incrocio, ho visto con la coda dell’occhio, e poi nello specchietto retrovisore, le altre tre automobili ripartire, seguendo esattamente l’ordine con cui erano giunte all’incrocio, dopo di me.

Avevo appena assistito dal vivo alla famosa “Regola Dei Quattro Stop”.

GRANDE GIOVE!

Dimenticatevi, dunque, o voi ch’entrate in USA, la regola della precedenza a chi viene da destra, o a chi ha la destra libera.
Si segue l’ordine di arrivo all’incrocio.
D’impatto, a un europeo, potrebbe sembrare una follia.
Di fatto, una volta compreso e interiorizzato il sistema, ci si rende conto quanto, oltre a rappresentare un segno di grande civiltà, sia addirittura più efficace e democratico del metodo della precedenza a destra, per snellire il traffico e i possibili ingorghi.
Per non parlare della sua utilità in caso di semafori guasti, o peggio ancora, interi blackout cittadini.

Quello che invece, per me, rimane una vera e propria follia, è la mancanza della targa anteriore sul muso delle auto floridensi.
Ma come?!?
La patria di detective stories come Miami Vice, o CSI Miami, così pensa di combattere la criminalità?
Allora vogliamo proprio mettere i bastoni tra le ruote dei nostri eroini preferiti, se impediamo a Serpico & C. di effettuare appostamenti seri e professionali.
Povero Tenente Colombo.
Poveri CHiPs.

A proposito di CHiPs, ecco in sintesi come funziona il codice stradale della Florida per i motociclisti.

  1. Assicurazione: facoltativa.
  2. Casco: facoltativo.
  3. Occhiali da sole: obbligatori.

Prima di decidermi a tornare in sella su una moto, attendo con trepidazione una nuova proposta di legge che renda obbligatorio attraversare gli incroci impennando su una ruota, e facoltativo il numero di passeggeri trasportabili, tutti rigorosamente in infradito.
Anche io voglio una vita come Steve McQueen.

In realtà, mi basta una vita in movimento costante: è inutile restare fermi ad arrugginire.
Perché dovrei cercare di riposarmi proprio ora, che sono ancora vivo? Avrò tutta l’eternità per farlo.
E se invece dovessi reincarnarmi, beh, allora vorrà dire che la prossima vita cercherò di rinascere nella nostra… gatta Milù!

La nostra gatta Milù. Giuro che è viva!

(P.P.)

L’automobilista abitudinario

Sono un automobilista abitudinario.
Quando torno in Italia, i primi due barra tre giorni, ogni volta che metto in moto la macchina, rischio sempre il colpo della frusta, perché giro la chiave dimenticandomi di premere la frizione.
Viceversa, quando torno in USA dopo un mese di guida italiana, i primi due/tre giorni impiego sempre quel quarto d’ora accademico a far partire l’auto, perché perdo tempo a insistere nel cercare il pedale della frizione.
Come scritto nel post precedente “Cambiamo il cambio!”, ribadisco la mia esortazione a diffondere il Verbo Unico del Cambio Automatico in tutto il Pianeta Terra, prima che il mio bipolarismo diventi cronico.

Sono un automobilista abitudinario.
Quando rientro in USA dopo un mese di guida italiana, i primi giorni che parcheggio la macchina e la chiudo col telecomando, succede che: un clacson suona all’improvviso a pochi centimetri dalle mie orecchie, io salto sistematicamente in aria e, con espressione contrariata, mi giro intorno a cercare il maledetto cafone che mi ha strombazzato nei timpani, per staccargliene quattro.
Prendo immediatamente coscienza che quel cafone sono stato io e mi fingo un passante qualsiasi.

Dico io, ma c’è proprio bisogno di questo sistema?!?
Che a momenti per la collera prendo a calci la portiera della mia stessa auto?

Sarà forse perché qui in America esistono parcheggi talmente vasti dove potresti dimenticarti dove hai lasciato la macchina e non essere in grado di ritrovarla più: non rimane che aprire e chiudere le portiere col telecomando e seguire il suono del proprio clacson, come il richiamo di mamma oca.
Parcheggi talmente immensi, che per raggiungere la tua vettura hai bisogno di un’altra vettura e allora tanto valeva andarci a piedi.
Auguri.

Viceversa, quando torno in Italia dopo un anno di guida americana, appena chiudo la macchina col telecomando, non sentendo alcun clacson, vengo assalito da dubbi atroci e inizio a guardarmi indietro verso l’auto, in stato di visibile apprensione.

Si sarà chiusa davvero? L’ho chiusa o no? Boh. Massì, certo che è CHIUSA, DAI, PIETRO!

E torno indietro a controllare.

Contando che continuerò a pendolare tra USA e Italia ancora per molti anni, anche io dovrò andare a farmi controllare da qualcuno, prima o poi.

Ma passiamo ai distributori di benzina americani: se non siete mai stati da queste parti, ma avete in programma di trascorrere una vacanza on the road con auto a noleggio, o trasferirvi qui per sempre e quindi acquistare una macchina, segnalo un paio di bizzarre ma utili informazioni, che mai nessuno ricorderà di dirvi.

1) Non pensate di risparmiare denaro noleggiando o acquistando una vettura a gasolio, perché qui il diesel costa più della benzina.

Se con questa notizia ho già messo a dura prova le vostre coronarie, la prossima potrebbe esservi fatale.
Dunque prestate attenzione, respirate profondamente, senza allarmarvi:

2) la benzina verde si mette usando la pompa nera, mentre per il diesel si prende la pompa verde.

Una pompa di benzina americana: a sinistra, la bocchetta e il riquadro verde per il diesel, a destra quella nera, per la benzina verde. (Photo by Yassine Khalfalli on Unsplash).

Non.
Dite.
Una.
Parola.

Come detto, niente paura: se, come me, siete ben avviati ormai sul viale della senescenza precoce, sbarcate dall’Europa dopo un mese di guida italiana e sovrappensiero prendete automaticamente la pompa “sbagliata”, inutile che insistiate: non riuscirete mai a riempire di gasolio la vostra macchina a carburante “ecologico”.
Smettetela di cercare di brutalizzare la vostra povera automobile con la pistola del distributore, urtati da chissà quale complotto sia stato perpetrato alle vostre spalle: la bocchetta verde, nel vostro serbatoio, non ci entrerà mai.
Non ricorrete nemmeno all’alcol test. Siete sobri e vi crediamo sulla parola.
Rilassatevi: per evitare che qualche sbadato cronico (o un qualunque automobilista abitudinario) distrugga il motore della propria auto, o di quella appena noleggiata, il diametro delle bocchette e degli imbocchi dei serbatoi delle auto è differenziato, a seconda che siano motori diesel o a benzina.
Fiiiiut.

Questo lo so per certo, perché sono un abitud… cioè un professionista serio, con le proprie fonti, che non posso rivelare.
Piuttosto, sarei curioso di sapere se in Italia vige lo stesso sistema.
Chi sa dirmelo?

Bene, vedo le vostre bocche sbadigliare per la noia e le vostre palpebre calare per il sonno.
E poi, se mi dilungo ancora, Google si scoccia e mi ricaccia indietro negli indici di ricerca, così non mi trovate più.
E dopo come fate senza di me?
Io non so come farei senza me stesso. Una volta non mi trovavo più, allora ho provato a chiamarmi col mio cellulare, ma risultavo sempre occupato.
A fare cosa, poi?

Ok, corro a farmi controllare!

(P.P.)

Cambiamo il cambio!

Appassionato incallito di viaggi on the road, nella mia vita ho percorso infinità di chilometri alla guida di macchine, moto, camper, ecc.: da una lontana Torino-Barcellona, guidata in gioventù, su un mitico Pandino color verde palma, passando per uno sconclusionato vagabondaggio tra i Paesi dell’Europa dell’Est, a bordo di una Punto, per continuare col viaggio di nozze in Australia, al volante di automobili col cambio automatico e la guida a sinistra.

Insomma, se Archimede poteva dire: “Datemi una leva e solleverò il mondo!”, io posso dire: “Datemi un motore e… girerò il mondo!”
Ho guidato quasi ogni mezzo di trasporto, ma più di ogni altro, l’automobile.
E posso quindi dire anche: “Ne ho viste di cose che voi automobilisti…”
Anche il mio povero fondoschiena può testimoniarlo.
Nonostante questo, non ho ancora smesso di inghiottire miglia e non ho alcuna intenzione di appendere le chiavi al chiodo.
Ok, si è capito, credo: mi piace guidare.


Da quando mi sono abituato a guidare le auto americane col cambio automatico, il perdurare di quello manuale nelle auto europee rimane per me un mistero incomprensibile: le implicazioni positive per il guidatore, dovute alla presenza del cambio automatico, sono talmente innumerevoli che non saprei da dove cominciare a elencarle.
Eppure, se appena provo a farlo presente agli amici italiani, vengo abbattuto da sguardi e sonore risate, per poi essere zittito con una frase lapidaria:

“Guarda che guidare deve essere anche un divertimento, eh!”

Sottinteso: se non puoi scalare le marce per entrare sparato in una curva, o per sorpassare la tartaruga con la coppola in testa che guida davanti a te, che senso ha guidare?
Perché, prima di tutto, uno la macchina se la compra per correre a Indianapolis, o partecipare al GP di Monza, no?
Succede tutti i giorni, infatti. Soprattutto negli ultimi anni, dove gli autovelox in Italia sembrano piazzati persino nei bagni degli Autogrill, o nascosti nelle camere da letto di ogni cittadino dotato di patente.
Tutti Nuvolari.

“Sì, ma guarda che l’auto con il cambio automatico costa mediamente mille euro in più, eh!”

Vero.
Questo però accade SOLO nel mercato europeo.
Il cambio automatico ha iniziato a diffondersi a partire dagli anni Quaranta del ‘900. Non proprio l’altro ieri.
Infatti, in USA, la piaga del cambio manuale è stata debellata ormai dallo scorso secolo: oggi esistono soltanto auto col cambio automatico, per tutte le tasche. Il cambio manuale è scomparso naturalmente, come avviene per qualsiasi altra tecnologia sopraffatta dall’obsolescenza.
Per esempio, se voglio guardarmi Guerre Stellari o Matrix, mi reco in un bel multisala, possibilmente 3D, non ricorro certo al kinetoscopio, che ormai si può ammirare solo al museo del cinema.

Al contrario, l’eccentrico acquirente americano che desidera provare il brivido di vivere ancora nello scorso Millennio, lui sì che dovrà sborsare mille dollari in più per ottenere il suo confortevolissimo e avveniristico cambio manuale, sulla sua macchina… d’epoca.
Con l’aggiunta di altri 1000 Fiorini, vengono anche integrati due cavalli da traino nel caso in cui si voglia poi passare direttamente alla diligenza, per una guida ancora più retrò.
Le briglie sono in regalo!

Nel frattempo, in un mondo parallelo di una galassia lontana lontana, agli esami di guida pratica, i patentandi vengono ancora barbaramente torturati con uno dei test più critici, ossia la temutissima partenza in salita… usanza medievale totalmente inutile se si ha il cambio automatico, tanto che, anche grazie a ciò, per un europeo, superare il test di guida in USA, risulta semplice come mangiare un cannolo siciliano.

E, sempre nel frattempo, in quello stesso mondo parallelo di quella galassia lontana lontana, continuano a fioccare accesi dibattiti su come ridurre il numero degli incidenti stradali e aumentare la sicurezza delle auto.
Non importa se, grazie al cambio automatico, il conducente non ha mai bisogno di staccare le mani dal volante per cambiare marcia.

Ancora: si finanziano studi su come diminuire lo stress degli automobilisti ingolfati nel traffico e si eseguono approfondite ricerche su come curare le articolazioni sinistre infiammate, a causa delle sfrizionate ripetute nelle ore di punta, che si fanno sempre più… appuntite.

Mah.

Finora, ho affrontato l’argomento con tantissimi miei cari amici appassionati di motori, ma nessuno ha saputo darmi una risposta convincente e soprattutto imparziale.

Ora che non ho più amici, lo chiedo a voi lettori: se qualcuno riesce a fornirmi una spiegazione tecnica esaustiva, è il benvenuto…

(P.P.)

Papà italiani vs American daddies: mi avvalgo della facoltà di non rispondere

Sono padre di due bambine perfettamente bilingui, che vivono immerse nella cultura americana, a quasi 360 gradi e per circa 11 mesi all’anno.
Finora, hanno vissuto così la quasi totalità della loro vita, dato che risiedono in USA da ormai 5 anni e vi sono giunte quando ne avevano rispettivamente 3 e 1.
Proprio ora, mentre sto scrivendo, le sento giocare di là: stanno allegramente cinguettando fitto fitto in American English, con una pronuncia talmente impeccabile che, se non la smettono subito, mi vedrò costretto a fare irruzione in camera loro e metterle in castigo.
Così, solo per invidia.
Eppure, in qualunque lingua voi proviate a chiederglielo, loro vi risponderanno senza esitazione – per giunta con una leggera inflessione torinese – che sono italiane.

Evidentemente, almeno per ora, lo stile di vita e il modello educativo italico, impartito in famiglia alle due piccole pesti, risulta preponderante rispetto a quello anglosassone, assorbito fuori dalle mura di casa.
Non mi sono mai posto il problema su questo aspetto della nostra vita da expat, prima d’ora.
Penso che i due modelli si possano integrare, in parte in modo del tutto naturale, in parte usando un pizzico di buon senso.
Mi aspetto che il risultato sia un ibrido che tenga conto dei punti di forza di entrambi.
La mia sfida come padre – ardua, ma stimolante – sarà dunque quella di riuscire a individuare questi punti di forza e convogliarli in un bel fagotto che sia il più completo possibile, farcito di strumenti alternativi ed efficaci, che permettano alle mie figlie di:

1) tuffarsi in un mondo là fuori, dove oramai succede di tutto;

2) riuscire a nuotare in una realtà che diventa ogni giorno più complessa e poliedrica;

3) e poi speriamo che se la cavano.

Del resto, possiamo definire uno dei due modelli migliore dell’altro? E quali sono le differenze più in contrasto tra i due?

Nonostante cinque anni trascorsi negli Stati Uniti, non riesco ancora a rispondere bene a queste domande, perché – sembrerà strano – ma conosco ancora troppo poco i papà americani: onestamente, finora ne ho frequentati ben pochi.
Non si tratta di una specie in via di estinzione, per carità. Esistono, sono tanti e, a osservarli così per strada, sembrano anche essere molto affettuosi con i loro figli.

Ma le occasioni per poterli vedere interagire con la prole sono rarissime: pochi di loro riescono a partecipare per esempio alle feste di compleanno degli amichetti dei loro figli, occasioni dove in genere si incontrano prevalentemente le mamme, perché i papà di solito lavorano, spesso proprio nei weekend.

Inoltre, i pochi American dads con cui mi sono ritrovato a conversare hanno provato a coinvolgermi con argomenti come il football americano, o il baseball e altre amenità tipiche della cultura dell’americano medio.
Profonde ragioni culturali mi rendono totalmente impermeabile a questi argomenti, impedendomi di provare a colmare le mie lacune: anche volendo, non mi basterebbe un’altra vita per imparare le regole e la terminologia di uno sport come il football americano e appassionarmene.
Intendiamoci: a parti invertite, anche io, in presenza di altri papà italiani, mi metterei a parlare di calcio e altre amenità tipiche della cultura dell’italiano medio, facendo sentire l’ospite statunitense un alieno.
Infatti, non gliene faccio loro una colpa.

Il mio carattere riservato, da questo punto di vista molto simile al loro, non aiuta poi affatto.

Credo infine ci sia anche un ostacolo legato all’età anagrafica, che incide profondamente: in generale, qui si tende a fare figli a un’età decisamente più giovane rispetto all’Italia. In media, sono circa 10 anni in anticipo rispetto a noi.
Gli americani che frequento io sono tutti più o meno miei coetanei e perciò sono padri di figli ormai già grandi e quasi indipendenti, che pertanto non ho modo di vedere interagire con i loro papà.
Invece, i padri dei compagni di giochi delle mie figlie sono generalmente molto più giovani di me e questo forse fa sì che il campo di argomenti in comune da poter condividere si restringa ulteriormente.

Dicono che i genitori italiani siano molto più affettuosi e amorevoli degli emuli americani. Questo però li porterebbe ad essere anche particolarmente possessivi e apprensivi, così da creare una prole mammista, bambocciona e poco propensa a cercare la propria indipendenza.
Dicono anche che i genitori americani siano più pratici e focalizzati verso l’unico obiettivo di permettere ai figli di lasciare il nido quanto prima possibile. Questo però porterebbe il genitore americano a sembrare una persona anaffettiva, molto fredda e distaccata nei confronti dei loro pargoli, che crescono così poco abituati a esternare le proprie emozioni e i propri sentimenti.

Lascio agli esperti l’ardua sentenza, psicologi, educatori e insegnanti, su quale dei due sia il modello genitoriale migliore. Io sono solo un papà italiano, che pensa che l’importante, in fondo, è che ognuno faccia bene la sua parte.
Io farò la mia.
E la giocherò meglio che posso.

Voglio però lasciarvi con questo divertente spezzone di un film – americanissimo! – che, nonostante compia 30 anni tondi proprio quest’anno, trovo rimanga sempre molto attuale e universale, riguardo ai sentimenti che tutti noi papà ci troviamo a provare, e alle emozioni contrastanti che nutriamo nei confronti delle nostre amate creature, indipendentemente dalla nostra cultura di appartenenza.
Così, per sorridere e riflettere un po’ allo stesso tempo… della serie: tutto il mondo è paese!

(P.P.)

Più sorrisi per tutti! :-)

Da qualche settimana, a lavoro, sorrido molto più spesso e in modo spontaneo.
Sorrido proprio di gusto.

Il 4 maggio 2020, sono stato nuovamente assunto dalla mia azienda, dopo essere stato messo in ferie forzate, poi licenziato e rimasto a casa per due mesi, a seguito del lockdown.
Fin dal primo giorno della riapertura, ovviamente, ci è stato imposto l’uso, oltreché dei guanti, delle mascherine.

Il 4 maggio 2021, strano scherzo del destino, ho ricevuto la seconda dose di vaccino, cosa che mi ha costretto a letto per un giorno.
Al mio rientro a lavoro, altro strano scherzo del destino: appeso in bacheca, ho trovato questo avviso, rivolto ai nostri clienti:

Dunque, sono tornato a lavorare senza dover indossare la mascherina, grazie all’elevata percentuale di persone vaccinate, sia tra gli impiegati, sia tra i clienti.
È stato raggiunto un limite di sicurezza tale che non risulta più necessario indossarla.
Chi vuole, può continuare a usarla, altrimenti si può lavorare senza.

Il primo giorno mi sentivo nudo. Una sensazione stranissima. Mi ero totalmente assuefatto a sentire il volto parzialmente coperto. Così come mi ero completamente abituato a vedere, delle facce altrui, solo gli occhi.

C’erano colleghi e managers, assunti dopo il lockdown, che quasi stentavano a riconoscerci e guardavano straniti noi della vecchia guardia.
Non che per noi fosse diverso, nei loro confronti. È stato come se ci fossimo davvero incontrati per la prima volta, dopo un anno a stretto contatto di lavoro assieme.

Il giorno dopo, invece,… che liberazione!

Alè con i sorrisi, dispensati a destra e a manca, ai colleghi come ai clienti. A quelli simpatici, come a quelli insopportabili. Senza freni e senza remore.

Sorridere frequentemente è benefico, per me stesso, così come per le persone intorno a me.
Tutto diventa più semplice, più divertente e più proficuo.
Torno a casa meno stanco, più soddisfatto e di buon umore.
Sembrerà stupido, banale, o addirittura retorico, ma credo di aver imparato davvero una lezione importante, che non intendo scordare più.
Chiunque avrà a che fare con me, da ora in poi, dovrà vedersela con i miei sorrisi tenaci e contagiosi.

Venghino signori, venghino!
Regalo sorrisi a tutti, senza distinzione di razza, sesso o religione!

Non cominciate a sentirvi un po’ meglio anche voi?

🙂 🙂 🙂

Uno degli avvisi affissi nelle bacheche della mia azienda.

P.P.


Per QuarKe gestaccio in più

Provate un attimo a fare il numero tre con le dita.
Bene, sappiate che, per gli americani, quello che state mostrando è un… due.
Il pollice non conta. Non esiste. Non è contemplato. Mozzatevelo pure, tanto loro non lo vedono.
Se per chiarire meglio il numero, glielo dici anche a voce, scandendo bene “TRRRIII!” e sbandierandogli in faccia medio, indice e POLLICE, loro ti fissano con lo sguardo di chi pensa di essere vittima di uno scherzo e si domandano se sei capace a contare, mentre tu ti domandi se hanno bisogno di una visita oculistica e subito dopo ti controlli la mano, per essere sicuro di avere ancora un pollice.
Se volete fare un “vero” numero “tre” (3) americano, dovete usare anulare, medio e indice. In tal caso, Il pollice bullizza il povero mignolino, tenendolo bloccato, per evitare che alzi la cresta.
In alternativa, troverete chi usa medio, anulare e mignolo. In questo caso, il pollice se la dovrà vedere con il più ben piazzato indice, da tenere fermo.

Ora, immaginate di trovarvi in un luogo affollato, dove non potete gridare, e di dover attirare l’attenzione di qualcuno distante da voi. Se istintivamente vi viene da mimare lo schiocco delle dita col braccio alzato, non fatelo: per gli americani sareste dei grandissimi maleducati. Si tratta infatti di un gesto molto “rude”, al quale qualcuno particolarmente permaloso potrebbe anche rispondervi:

“COSÌ CI CHIAMI IL TUO CANE!”

Sì, ma stai calmo/a eh.

E allora come si fa?
Niente. Non c’è niente da fare.
Della serie: “… o forse non c’incontreremo mai… ognuno…”
Ma se sentite che la persona che vi sta sfuggendo inesorabilmente potrebbe essere l’amore della vostra vita, allora rischiate, fate gli italiani passionali e altroché schiocco delle dita, mettetevi pure ad abbaiare, se è il caso!
Vi autorizzo io, piuttosto!

Indicare qualcosa o qualcuno con un dito (“to point”) è considerato sconveniente per gli americani, soprattutto se parli della toilette. Che ormai loro rifiutano persino di nominare, tanto che gli uomini la chiamano “men’s room”, le donne “ladies room”. Spesso, è addirittura sostituita con i totalmente asessuati “washroom” e “restroom”, in modo da evitare qualsiasi riferimento allusivo alle pudenda.
Sia mai.
Ma benedetto/a figliolo/a, mi puoi spiegare, di grazia, come posso indicarti dove si trova la toilette se, oltre a non poterla nominare, non posso nemmeno… indicartela???
Sembriamo due mimi che si fissano come loschi figuri, io che cerco di suggerirti la direzione col sopracciglio destro alzato, sforzandomi di tenere le braccia lungo i fianchi, e tu che mi fissi con l’aria di chi sta pensando “che diavolo sta cercando di farmi intendere, con quel suo ammiccare?”
Come giocare a Taboo.
Solo che, se non indovini in tempo, le conseguenze possono essere ben più disastrose di una semplice partita persa.

Sempre a proposito di dita puntate, se volete esprimere soddisfazione per il cibo che state assaggiando, lasciate perdere l’indice puntato e avvitato sulla guancia, accompagnato dall’esclamazione “buooono!”: per gli americani non significa nulla.
Quando vedono qualcosa di appetitoso, loro preferiscono accarezzarsi la pancia con il palmo della mano, solitamente accompagnato dall’esclamazione “yummiii!”

Di contro, gli americani eseguono con estrema disinvoltura un gesto, che per noi è considerato davvero brutto, mentre per loro è invece assolutamente normale, quando non addirittura dotato di connotazione positiva, nel senso che è foriero di buone notizie: il segno del taglio alla gola (“cutting throath gesture”).
A lavoro, per esempio, se il tuo capo ti sta facendo questo gesto col sorriso sulle labbra, ti sta dicendo che te ne puoi andare a casa, che hai finito (“You are cut”), che hai svolto un buon lavoro e ora ti meriti il giusto riposo!
Le prime volte che me lo vedevo fare, pensavo sempre preoccupato: “Oddio, cos’avrò mai combinato ora?!?…”

Ma ecco un altro gesto di cui gli americani fanno un uso smodato:

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Qui, ogni tre per due te lo sventolano in faccia. Ha diversi nomi e significati: “Shaka sign” o “Hang loose”, i più comuni. È un segno amichevole, che indica compassione, empatia, solidarietà.
Le sue origini storiche non sono chiarissime, ma, geograficamente parlando, le Hawaii, la California e la Nuova Zelanda ne rivendicano la paternità, forse perché inizialmente la sua diffusione è partita dalle comunità surfiste, di cui i suddetti Paesi rappresentano la culla.

E per quanto riguarda il dito medio?
Nessuna sorpresa: il suo significato è proprio universale!

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P.P.

Viviana, cittadina americana!

L’altro giorno, finalmente, ho accompagnato la Vivi alla cerimonia di naturalizzazione.
A causa delle restrizioni anti-Covid eravamo stati preavvisati tramite lettera che purtroppo nessun accompagnatore avrebbe potuto partecipare all’evento.
Sicché, giunti sul luogo dell’appuntamento, ho parcheggiato la macchina sul lato opposto della strada e son rimasto in auto, in attesa che Viviana ritornasse dotata di doppia cittadinanza.

Avevo quasi raggiunto lo stato del Nirvana, quando, all’improvviso, mi sono sentito chiamare a squarciagola:

“PIETROOOO!!! PIETROOOOO!!!”

Era la Vivi.
Nella concitazione del momento, si era portata per sbaglio anche il mio cellulare con sé e aveva scoperto che avevano deciso di far entrare anche i famigliari.
Pertanto, col suo tipico piglio energico, aveva intimato l’alt agli organizzatori e ora, pur di darmi la possibilità di assistere alla cerimonia e pur di avere qualcuno con cui condividere quell’esperienza, era sulle gradinate del palazzo a chiamarmi dall’altra parte della strada.

Sembrava la scena madre di “Rocky“, solo che, invece di Sylvester Stallone che urlava “ADRIANAAAA!!!”, con la voce di Ferruccio Amendola, c’era la Vivi che continuava a urlare il mio nome.

Noi, italiani. Sempre a farci riconoscere. Anche quando siamo in procinto di diventare americani.

Risucchiato di colpo direttamente dal finestrino della mia macchina, mi sono ritrovato in pochi secondi centrifugato in questo edificio, mascherinato, temperaturato, metal-detectorato e ascensorato ai piani alti.
Con buona pace dell’Accademia della Crusca, alla quale, in mia difesa, posso solo dire una parola: “PE-TA-LO-SO”.

Giunto nell’aula della cerimonia, dove stavano aspettando tutti me, ho trovato un auditorium organizzato secondo rigide regole anticovid, con le sedie rigorosamente distanziate a 6 feet l’una dall’altra, i candidati accomodati nelle prime file e… i PARENTI nelle retrovie.

CAROVANE DI PARENTI.
Seppure i naturalizzandi appartenessero a quasi ogni angolo del pianeta, la maggior parte era chiaramente di origini latino-americane, con uno stuolo di famigliari al seguito da far impallidire l’albero genealogico della Famiglia Reale d’Inghilterra.

Per prima cosa, il Pubblico Ufficiale che ha celebrato la cerimonia ha fatto pronunciare all’unisono a tutti i candidati la formula del giuramento.

Il momento del giuramento.

Subito dopo, ha dato il benvenuto ai nuovi U.S. citizens.

Poi, ha esordito con un’affermazione, sottolineando un aspetto che stava accomunando tutti i presenti:

We are a Country of immigrants…

Quindi, con estrema naturalezza, ha raccontato a braccio la storia della sua famiglia, quando quarant’anni prima, ancora bambino, sua nonna è giunta negli USA su un mezzo di trasporto adibito a casa, le cui pareti erano imbottite di carta, per proteggersi dal freddo.
Una storia “truly amazing“, come egli stesso l’ha definita, riflettendo su cosa la gente sia in grado di realizzare quando arriva negli Stati Uniti.
Si è poi detto “so impressed” su quanto le vicende di tutti gli immigrati siano legate da un estremo “courage” nel lasciare il Paese originario per venire a vivere nel loro futuro Paese.
Una storia di “tenacity” – ha proseguito – e “hard work“, come quella di ognuno di voi – ha commentato poi rivolto ai candidati -, che oggi vi ha portati fin qui, a vivere questo momento speciale.
E ha concluso con:

So thank you for letting me the honour to welcome you.

Chapeau. Anzi: hats off.

Applausi, foto di rito, tutti i famigliari a ridere e scherzare a colpi di scoppole dietro la nuca dei neo cittadini, che a momenti festeggiavano a suon di petardi e fischioni, come a Capodanno.
Circondati da quell’allegro baccano, io e la Vivi, soli e abbracciati, a piangere in silenzio.

La Vivi, italo-americana fresca fresca, con… “Vostro Onore” (così lo chiamavan tutti!). N.d.a.: ai naturalizzati, è stato concesso in via eccezionale di farsi fotografare senza mascherine.

Stemperato il trasporto del momento, ci siamo precipitati fuori del palazzo, con una sensazione di leggerezza indescrivibile addosso, tanta voglia di festeggiare e un sorriso a settantordici denti stampato sul viso.
Sorriso che però è appassito man mano che, avvicinandomi alla macchina, i miei occhi hanno agganciato e messo a fuoco la presenza di un pezzettino di carta incastrato tra il tergicristallo e il parabrezza, che, pochi secondi dopo, realizzavo trattavasi di multa per sosta temporanea scaduta.
La mia prima multa in assoluto da quando vivo e guido negli USA.

A me.
Che sto sempre attento a rispettare i limiti di velocità e i divieti di sorpasso persino quando vado a piedi.
Che rallento in prossimità delle strisce pedonali anche se sta per attraversare un’iguana.
Il giorno della cerimonia di naturalizzazione di mia moglie.
Una multa di benvenuto?

Welcome to America, Vivi!

Ho masticato amaro durante tutto il tragitto a casa, ma alla fine me ne son fatto una ragione.
E a chi mi domanda se sia stata una multa particolarmente salata, rispondo sempre che, tutto sommato, la considero la multa più… dolce della mia vita!

P.P.

Italians in Miami

Scorcio di Miami.

Un mercoledì di febbraio siamo dovuti andare tutti al Consolato Generale Italiano di Miami, per rinnovare il passaporto di Corinne.
Tutti tranne la nostra gatta Milù, che ha preferito aspettarci a casa, perché soffre il mal d’auto.

Sbrigato l’appuntamento al mattino, ne abbiamo poi approfittato per visitare un frammento della città, come ci piace fare ogni volta che per qualche motivo capitiamo dalle parti di questa metropoli così vivace e frizzante.

Ora di pranzo. Quando viaggiamo, un solo dogma: provare il cibo locale, che, nel caso di Miami, avrebbe da offrire una vastità di soluzioni pressocché infinita.

Quindi: evitare assolutamente i ristoranti e il cibo italiano.

Detto, fatto: subito dopo il disbrigo della pratica burocratica italica, come dei banditi spudorati, abbiamo assaltato e svaligiato… “Pummaròla”, una piccola pizzeria napoletana, dotata di forno a legna, molto caratteristica. Una minuscola briciola d’Italia verace in terra straniera.

L’interno di “Pummarola”, con la sua vera mezza Fiat 500 appesa al muro e in fondo il forno a legna. In USA, due leggende. Cioè, una leggenda e mezza.

Abbiamo ordinato per undici persone, e acquistato anche prodotti da portare a casa, come scorta.

Così, mi sono accorto all’improvviso di non essere più un forestiero in viaggio all’estero, che deve cercare assolutamente di assaporare le specialità del posto, sicuro che difficilmente potrà tornarci.
Al contrario, semmai, sono diventato un semplice residente floridense, che, se si trova di fronte alla possibilità rara di assaggiare qualche sapore italico, cerca di afferrare quell’unica occasione al volo, perché chissà quando gli ricapita e quanto dovrà aspettare per poter riassaporare una pizza cotta come si deve, con il bordo leggemente bruciacchiato, e sopra gli ingredienti tradizionali originali, come il Prosciutto Crudo di Parma, la Burrata sciolta e le foglie giganti di basilico fresco a sciorinare profumo d’Italia ovunque.
A seguire, pizza fritta, panuozzo e crepes alla Nutella.

Sì, sì, eravamo io, la Vivi e le due piccole pesti.

‘Mbeh?

E, giuro, abbiamo provato un forte senso di gratitudine nei confronti del titolare di quel posto, che ci ha permesso di respirare, dopo tantissimo tempo, l’aria di casa. Non so cosa possa aver pensato di noi, soprattutto dopo che gli abbiamo anche comprato una confezione di… Pan di Stelle. Ancora un po’ e mi infilavo in tasca pure lui.
Vabbè, su, è stato solo un momento di debolezza. La carne è debole, come si dice. La carne del Crudo Di Parma poi, quella è tenerissima.
Può capitare, no?
E del resto, i dogmi sono fatti per essere infranti, no?

Credit: ringrazio l’amica connazionale di Miami, Tiziana, per la dritta! Ciao Tiziana!

Usciti da questo stargate napoletano DOP, abbiamo deciso di avventurarci per un quartiere di Miami chiamato Wynwood, ignari del fatto che stavamo per attraversare un altro incredibile stargate.
Ma questa è un’altra storia, o meglio il prosieguo della stessa storia, foto-raccontata in questo post… FA-VO-LO-SO!
:-p

P.P.